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giovedì 20 aprile 2017

Recensione Narrativa: TERRORE NERO e altri racconti del ciclo GERALD CANEVIN di Henry S. Whitehead



Autore: Henry S. Whitehead.
Anno: 1926-46.
Genere: Antologia del Terrore.
Editore: Fratini Editore, 2015.
Pagine: 333.
Prezzo: 20 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Siamo qua alle prese con un'antologia, edita nel 2015 dalla piccola Fratini Editore, che si prefigge di recuperare molti racconti, inediti in Italia, di uno dei più importanti scrittori della rivista Weird Tales. Dietro al progetto ci sono due nomi noti ai lettori del fantastico e dell'horror, soprattutto per i loro volumi legati alla saggistica di settore. Stiamo parlando di Roberto Chiavini (che qua cura le traduzioni) e di Walter Catalano (che invece cura l'introduzione alla lettura). Compare inoltre, quale curatore della collana Mellonta Tauta di cui questo testo fa parte, anche Gian Filippo Pizzo. Ricordiamo, per i meno ferrati, che si tratta di studiosi nonché scrittori che stanno alla base dei volumi orientativi pubblicati dalla Odoya, libri finalizzati a fornire una panoramica sul mondo della narrativa del fantastico, si pensi, a esempio, al volume Guida alla Letteratura Horror (2014), al fine di guidare i più giovani alla riscoperta del genere che, ci teniamo ancora una volta a sottolineare, non è King-centrico.

Benedetti siano allora questi progetti, con case editrici come la Dagon Press, la Hypnos, l'Odoya e, in misura meno continuativa, la Fratini e prima di loro la Fanucci e la Newton, che stanno facendo un gran lavoro e un grande sforzo per mettere l'Italia in condizione di offrire un campionario di letture che tengano conto anche dei grandi scrittori di “genere” del passato. TERRORE NERO e altri racconti del ciclo Gerald Canevin permette, unitamente al successivo Il Culto del Teschio (La Ponga Edizioni, 2016), di chiudere quel cerchio iniziato nel lontano 1982, col volume Zombies, Storie Indicibili curato dallo specialista Giuseppe Lippi e che raccoglieva otto racconti, avente come raggio di realizzazione quello tratteggiato dal compasso dello scrittore americano Henry Stanley Whitehead. Un nome, già riproposto dai mammut monotematici della Newton, che è sinonimo di destino già scritto al battesimo, come poi avremo modo di vedere anche in un suo celebre racconto. Verrebbe da dire, se ciò non richiamasse alla memoria un celebre film horror che qua apparirebbe alquanto blasfemo, nomen omen. Henry Whitehead nasce nello stato del New Jersey, da una famiglia di origini scozzesi, nel 1882, dodici anni prima della dipartita del suo omonimo più noto, un personaggio divenuto una leggenda in Inghilterra nei panni di Reverendo, soprattutto per una serie di indagini atte ad arginare le epidemie di colera che flagellavano il paese della regina. Più in particolare, questo illustre omonimo, insieme a un dottore (che non è, ovviamente, il Pelletier che spesso accompagna le indagini del personaggio dei racconti dell'altro Henry Whitehead), riuscì a individuare la pompa da cui si diffondeva la letale malattia al punto che la sua azione è, tutt'oggi, ricordata come l'evento fondante della scienza dell'epidemiologia.
Il “nostro” Whitehead, invece, si dimostra fin da piccolo uno studente infaticabile, pur se appassionato di diversi sport. Pratica con regolarità il football americano e l'atletica. Si forma in importanti centri di cultura come la Berkeley School di New York e l'Università di Harvard dove è compagno di corso di un certo Roosevelt, il famoso Delano, che non sta a significare un'espressione livornese che vuol dire “deh, la fortuna”, piuttosto il futuro Presidente degli Stati Uniti. Conseguita la laurea in giurisprudenza a ventidue anni, invece di specializzarsi sui cavilli che stanno alla base delle dissertazioni in tribunale, cambia clamorosamente percorso. In lui c'è una vocazione, forse una voce interiore, che lo porta a cambiare radicalmente la propria vita. Intraprende gli studi di teologia e, mentre termina il suo primo racconto (Williamson che poi uscirà postumo), viene ordinato Diacono della Chiesa Episcopale nel 1912 diventando così “collega” del più famoso Henry Whitehead (il Reverendo in Inghilterra). Nomen omen, come avevamo detto, ovvero un nome che porta a una soluzione già scritta nel bizzarro libro del destino.

Come altri religiosi, su tutti il coevo Pater Roger (al secolo George Roger Hadlestone) che nel 1923 darà alle stampe l'antologia fantastica Mystic Voices, o i tre figli dell'Arcivescovo Benson, Whitehead intraprende una strada parallela a quella professionale che è quella della scrittura creativa. Tra un testo o un articolo di contenuto eccelsiastico, Whitehead piazza un racconto di contenuto, se vogliamo, opposto ma sempre caratterizzato da un finale in cui le forze del bene dominano quelle del male. Questa seconda carriera, quella che a noi interessa da vicino, decolla a coronamento di una serie di spostamenti che lo vedono passare dal Connecticut allo Stato di New York, passando per il Massachusetts fino a finire, nel 1921, in veste di Arcidiacono, nelle Isole Vergini, amministrazione statunitense, dove rimarrà fino al 1929. Trasferito in una realtà molto diversa da quella Americana, Whitehead trova materiale per i suoi racconti che inizia a sfruttare dal 1923 quando vince un importante premio che gli apre la porta del mondo del fantastico. In poco tempo, diviene collaboratore della leggendaria rivista weird tales dove gli verranno pubblicate 25 storie horror.

Religioso atipico, come avrà modo di sottolineare il suo grande amico Howard Philips Lovecraft, abituato a lavorare con i giovani, si fa subito distinguere per un'importante apertura mentale che lo porta a presentarsi in abiti sportivi, retaggio forse delle sue adolescenziali passioni, scevro da bigottismi o falsi perbenismi, e soprattutto facilmente irascibile, pur nella sua gentilezza e disponibilità, con modi di dire non proprio consoni alla figura ricoperta. Impiega gli otto anni sull'isola caraibica per conoscere gli usi e le superstizioni locali, su tutti i riti voodoo e le varie suggestioni dallo stesso provocate soprattutto di stampo psicologico, e cerca di superarle anche per mezzo della trasposizione in chiave narrativa. Come il collega Pater Roger, che trasformava in racconti fatti realmente accaduti con prelati e seguaci di Satana contrapposti, anche Whitehead utilizza la propria esperienza professionale per metterla al servizio della narrativa, miscelandola a una discreta conoscenza della narrativa di genere dell'epoca, come dimostrano i continui richiami espliciti ad autori come William Hope Hodgson, Rudyard Kipling e William Seabrook, autore del romanzo The Magic Island (1929), futura base per la realizzazione del primo film dedicato alla figura degli zombie ovvero White Zombie del 1932, per la regia di Victor Halperin e l'interpretazione di Bela Lugosi. Motivi questi che fanno di Whitehead il primo autore a proporre, in chiave artistica, la figura dello zombie. Il termine, nella terminologia francofona zonbi, compare per la prima volta proprio nei testi di Whitehead come Jumbee, secondo la grafia anglofona. Siamo ancora lontani dall'archetipo perfezionato a fine anni '60 da George A. Romero, completamente stravolto in una chiave di lettura socio-politica di ideazione cinematografica (in cui c'è molto più di Matheson che di derivazione voodoo), trovandosi invece ancorati al vero e originario background afro-caraibico. È lo stesso Whitehead, nel racconto Tancredi, Il Nero (1929) e dopo aver letto il sopracitato romanzo di Seabrook, a spiegarci cosa si debba intendere per Junbee. La spiegazione all'epoca poteva essere poi non così necessaria, ma rileggendo i testi oggi diviene fondamentale per capire l'evoluzione (artistica) fatta dallo zombie. Il Reverendo aveva già usato il termine in precedenti testi, ma è qua che ne chiarifica i contorni. “Il Junbee è un fantasma qui nelle Indie Occidentali. Nelle isole francesi lo chiamano Zombi. I Junbee possiedono un certo numero di caratteristiche, una di queste è il fatto che devono essere sempre una persona di colore... Si tratta di un termine molto generico e indica un qualsiasi tipo di fantasma, apparizione o ritornante.” Dunque un “morto vivente” nel senso ampio del termine.

Orbene, pensare che la narrativa di Whitehead si sostanzi  e si concluda in storie legate al solo mondo caraibico non è corretto. Il Reverendo ha scritto di tutto, persino western e romanzi per ragazzi (peraltro l'unico volume pubblicato in vita dall'autore, nel 1931, un anno prima di morire, col titolo Pinkie al Campo Cherokee) ambientati in Inghilterra o negli Stati Uniti. Ha persino realizzato dei racconti assai vicino al non ancora esistente medical thriller Rientrato in patria nel 1929, vivrà gli ultimi tre anni in Florida dove avrà modo di ospitare, per due settimane, l'amico di penna Howard Philips Lovecraft. I due realizzeranno il racconto La Trappola, pubblicato su Strange Tales nel 1932 a nome del solo Whitehead, e, per certi versi, il racconto Cassius scritto da Whitehead prendendo le mosse da un soggetto, sbirciato su un quaderno di Lovecraft, ancora da perferzionare e sviluppare. Deceduto nel 1932, a soli cinquant'anni a causa di un ictus cerebrale, verrà omaggiato dalla Arkham House di August Derleth con l'uscita di due antologie postume, Jumbee And Other Uncanny Tales (1944) e West India Lights (1946) dove saranno raccolti buona parte dei suoi racconti fantastici.

Hnery S. Whitehead.

Il testo che mi appresto qua ad analizzare è entrato nella mia biblioteca nell'autunno del 2015, dopo averlo trovato esposto sulla bancarella della Fratini Editore al Pisa Book Festival. Ricorda ancora che, per nulla a conoscenza del progetto, mi cadde l'occhio sul libro vedendo il nome dell'autore Whitehead in copertina. "Caspita" dissi tra me e me "un'antologia interamente dedicata a uno degli autori del circolo Lovecraft". Un acquisto da cui non potevo sottrarmi e di cui certo non mi pento, nonostate il tutt'altro che economico prezzo d'acquisto, 20 euro (comunque in linea rispetto a volumi del genere editi da Hypnos o Dagon Press), per giunta - se non erro - non suscettibile di sconto fiera.

La Fratini Editore propone così ai lettori dodici racconti, dieci dei quali inediti in Italia, di Henry S. Whitehead, contribuendo non poco  a divulgarne la conoscenza e a render omaggio al genere. Si tratta di storie prevalentemente horror, o comunque di stampo fantastico, aventi tutte come punto in comune la figura di Gerald Canevin, personaggio ricorrente nella narrativa di Henry Whitehead. A differenza di personaggi come il Carnacki o il John Silence, rispettivamente di Hodgson e di Blackwood, si tratta di un indagatore dell'occulto da intendersi più come ricercatore e studioso di storie paranormali piuttosto che detective o risolutore di casi che gli vengono affidati. Il Canevin non è un sensitivo come il Blackwood, non è un esperto di scienze esoteriche né è un vero e proprio uomo di azione alla Dickson di Jean Ray. Piuttosto è un intellettuale che si interessa di medicina e narrativa, spesso contornato da altri personaggi che poi si riveleranno decisivi per le soluzioni dei vari casi. Opera, quasi sempre, al fianco di un medico, il dottor Pelletier, o di un sacerdote o di altri personaggi del posto, in casi più remoti è addirittura passivo spettatore di storie raccontate da terzi, marginalmente è colui che sconfigge le forze del male senza aiuti altrui. Scrittore e soprattutto cultore di narrativa fantastica, Gerald Canevin si muove tra Stati Uniti e Isole Vergini, dove va a svernare ogni stagione, chiamato da amici ogni qualvolta si verifichino casi strani tali da poter esser catalogati come paranormali e dunque suscettibili da giustificare la sua presenza in veste di testimone oculare in modo da poter poi raccontare il tutto sottoforma di futuri racconti.

Lo stile segue il canovaccio della prima persona, con Whitehead che usa il filtro del suo alter ego Canevin, una vera e propria proiezione dell'autore, per esporre i fatti. La comprensione non è complessa, la struttura snella e piuttosto lineare. Il contenuto delle storie fa forza sulle conoscenze acquisite da Whitehead nella sua esperienza di Reverendo a Saint Croix, nelle Isole Vergini. Così lo vediamo offrire scorci, se vogliamo, sociologici circa le usanze, le credenze, i riti e le superstizioni del posto. Rispetto all'amico Lovecraft, però, l'orrore di Whitehead è destinato a soccombere, piegato da forze, quelle del bene di derivazione cristiana, di gran lunga più potenti rispetto ai riti di derivazione africana legati al voodoo. "Dio è infinitamente più potente di qualsiasi delle lore credenze!" afferma uno dei personaggi dell'autore. Il male è legato all'interferenza degli spiriti nella vita di tutti i giorni, con un vero e proprio tormentone che gravita attorno al concetto di un Dio “creatore di tutte le cose visibili e INVISIBILI”, ma fa forza anche sul poter psichico che certi stregoni riescono a esercitare sui creduloni locali che si lasciano influenzare e addirittura ipnotizzare. Whitehead, da uomo di Chiesa, ci tiene a sottolineare l'esistenza di una realtà ulteriore rispetto a quella percepibile dai limitati sensi umani, una realtà da cui gli spiriti, sia maligni che benigni, riescono a sganciarsi per tornare a interagire con quella dei viventi, al fine di influenzarne i comportamenti. 

I racconti di questa antologia sono prevalentemente folkloristici, legati alla tradizione voodoo, e coprono un arco di circa venti anni. Abbiamo il primo racconto in assoluto scritto da Whitehead, Williamson (1910), due usciti postumi, mentre gli altri coprono un periodo di sette anni, dal 1926 al 1933, quasi tutti usciti sulle pagine di Weird Tales.
Un terzo dei racconti sono ascrivibili al sottogenere ghost story. In tre casi abbiamo l'intervento di spiriti maligni, in un caso invece di forze benevole. Whitehead dimostra subito di gradire le citazioni dirette e così lo vediamo omaggiare William Hope Hodgson, invitando il lettore a recuperare le storie del Carnacki facendo riferimento, in modo indiretto, ai racconti The Whistling Room e The Gateway of the Monster. Ne La Stanza Chiusa (The Shut Room, 1930) viene riproposta l'idea di una camera d'albergo infestata dallo spirito di un bandito che vi è stato assassinato anni prima. Whitehead impreziosisce l'abusato spunto di partenza, con l'idea di una parete esterna che perde consistenza materiale a contatto dello spirito, fino ad assumere la consistenza di un velo dietro al quale lo stesso sparisce portandosi dietro gli oggetti di cuoio che sistematicamente vengon sottratti ai clienti dell'albergo. Il fenomeno avrà termine quando il fantasma avrà ottenuto ciò che sta cercando: il suo vecchio cinturone con le relative inseparabili pistole.
Dal secondo racconto di Hodgson arriva invece l'idea della mano fantasma, anche se Whitehead la rende materiale, piuttosto che ectoplasmatica, un po' come nel film La Casa 2 che Sam Raimi girerà negli anni ottanta. Infatti in Tancredi il Nero (Black Tancrede, 1929) viene mutuato il tema del fantasma che funesta le notti di coloro che alloggiano all'interno di un albergo, ma questa volta ad agire non è un essere invisibile ma una mano priva di corpo che bussa alle porte e vaga libera, di notte, per i corridoi alla maniera di un ragno.
Più tradizionale e meno interessante è La Proiezione Astrale di Armand Dubois (The Projection of Armand Dubois, 1926) dove la moglie di un uomo che ha fornito un prestito a un autoctono viene visitata di notte dal debitore, imbufalito per esser stato costretto a restituire, a distanza di anni, il capitale ricevuto. Fin qui nulla di strano, se non che la moglie, il mattino seguente, scopre che l'uomo era deceduto qualche ora prima dall'apparizione...!

Migliore dei tre sopraesposti è invece La Limousine Napier (The Napier Limousine, 1933) anche perché emerge tutto il background professionale di Whitehead, un po' come in Terrore Nero (Black Terror, 1931). Si tratta di due opere dalla forte impronta mistica. Nel primo caso il racconto prende le mosse da un soggetto weird che non avrebbe sfigurato nella successiva saga Twilight Zone. Tutto inizia con una macchina, che si materializza dal nulla, da cui escono due eleganti uomini mentre la stessa sparisce di nuovo, gettando in un profondo sconforto una passante sicura di aver visto due marziani espulsi da un UFO. Whitehead trasforma però il testo in una vera e propria opera dal taglio religioso, che infonde uno spiccato ottimismo finale, evidenziando come esista una vita ultraterrena e come i nostri cari possano intervenire, dall'aldilà, per venirci in soccorso. Così una zia, deceduta a seguito di un'esplosione provocata dalla caduta di una bomba, si presenta al cospetto di uno scrittore di storie horror (CANEVIN) e di un grosso politico per metterli sulla strada del nipote e salvarlo da un aguzzino senza scrupoli, conosciuto a Berlino, che si spaccia sotto un nome che un lettore contemporaneo potrebbe associare a un noto regista (Goddard) e che invece fa riferimento, data la bomba sganciata dalla carlinga di un bombardiere tedesco quale arma che ha posto fine alla vita della ritornante, a uno scienziato originario del Massachusetts, pioniere della missilistica, residente però a Roswell. I due riescono così a risolvere la problematica e capiscono perché quella passante abbia urlato tanto nel vederli scendere dall'auto: quell'auto è la limousine Napier colpita dalla bomba sganciata dall'aereo tedesco e la persona che li ha incaricati è lo spettro di una signora deceduta nel primo conflitto mondiale insieme all'autista e all'accompagnatore presenti sull'auto.

La prima antologia di Whitehead
edita dall'ARKHAM HOUSE.

Più legato alla narrativa horror è invece Terrore Nero in cui, piuttosto che fantasmi, si parla di possessione diabolica. Canevin, ancora lui, partecipa da spettatore all'esorcismo praticato da un religioso per liberare, soprattutto dalla paura e dalle superstizioni, un giovane manigoldo convinto di aver subito una fattura voodoo. Whitehead tratta il tema in modo volutamente ambiguo, spiegando per filo e per segno le metodologie locali per dar corpo a una fattura. Dapprima accenna alle pratiche degli stregoni (i papaloi), poi porta la questione su un piano legato al potere mentale, spiegando le suggestioni e le convinzioni degli autoctoni, infine fa passare questa azione psicologica come un qualcosa che, in fondo in fondo, travalica i poteri umani tradizionali chiamando in causa quelli degli inferi (si parla di Damballa). Bel racconto, specie nel finale dove gli spiriti maligni sembrano materializzarsi davvero. 

Il meglio dell'antologia però è, a mio avviso, da ricercare nell'altra metà di racconti. Il Caso Chadbourne (The Chadbourne Episode, 1933) garantisce orrore allo stato puro, pur essendo meno legato agli stilemi dell'autore. Whitehead sposta l'ambientazione dai Caraibi agli Stati Uniti, precisamente nel Connecticut, e costruisce atmosfere sulla scia de L'Orrore di Dunwich di Lovecraft. Location contadine, tra tornanti e vecchi cimiteri isolati dall'abitato dove si teme possano esser nascoste delle strane creature carnivore. Il paesino di Chadbbourne, storicamente quieto e non interessato da episodi di cronaca nera, diviene così protagonista involontario di una serie di sparizioni di animali, sia domestici che da reddito. Il tutto si verifica dopo la partenza di una strana famiglia di persiani, schivi e alieni alla vita sociale, giunti per un breve periodo in affitto nella località. La situazione precipita nel momento in cui, oltre agli animali, sparisce anche un bambino. Giungono inoltre i resoconti di strani avvistamenti di una scrofa, con la testa di una donna, intenta ad allattare dei cuccioli. Sarà Canevin, che qua diviene uomo d'azione, armato di speciale fucile da caccia, a sbrogliare la matassa, scoprendo che le creature si annidano all'interno del cimitero locale, in un nauseabondo olezzo di decomposizione. I mostri però non sono animali necrofagi, ma sembrano esseri partoriti dalle pagine di Mille e una Notte, con le loro sembianze umanoidi e i denti da squalo; bestie che vanno a caccia di cadaveri umani, non disdegnando la carne fresca di creature ancora viventi. Dei veri e propri ghoul delle leggende arabe. Soluzione pulp a colpi di fucile in un finale che ricorda le pagine proprie di uno specialista del genere, tra ossa e cadaveri sbranati. Brividi garantiti anche con Cassius, una storia che sarebbe sicuramente piaciuta a Richard Matheson (di sicuro la conosceva) e che Whitehead ruba a Lovecraft, sbirciandone il soggetto embrionale nel quadernino degli appunti del solitario. Un "medical fanta-horror" giocato sulle piccole dimensioni del soggetto misterioso che funesta le notti di un maggiordomo (con tanto di armi in miniatura)... Intervento decisivo di un gatto, mentre Canevin e l'amico dottore cercano di sbrogliare il mistero legato a un animale di piccole dimensioni che sembra avere l'intelligenza di una scimmia ma che si pensa possa essere, per quanto folle possa sembrare, il gemello stesso del maggiordomo di casa Canevin. Quest'ultimo infatti, alcune settimane prima degli avvenimenti, è stato sottoposto a un delicato intervento chirurgico per la rimozione di un parassita poi scomparso, misteriosamente, dai reperti dell'ospedale. Testo particolare, che va di pari passo con Tramonto di un Dio (pubblicato dieci mesi prima da Whitehead) costituendone l'ideale perfezionamento. In entrambi, infatti, figura l'idea del corpo vivente custodito all'interno di un uomo e poi rimosso per effetto di un'operazione chirurgica. Non mancano le canoniche riflessioni religiose dell'autore, evidentemente una deformazione professionale, che raggiungono l'apice nell'epilogo in cui si sottolinea il rispetto verso questo bizzarro scherzo della natura, o del diavolo, dilaniato dagli artigli del felino che lo ha scambiato per un topo. Ho scritto del "diavolo" perché così fa lo stesso autore chiudendo con la seguente frase d'effetto: "fummo spettatori di quella fine improvvisa, la tragica soluzione di uno dei più bizzarri e inquietanti avvenimenti che siano mai potuti partorire dalla follia di Satana, che abita l'Inferno per sconvolgere i figli degli uomini". Pubblicato su Strange Tales nel novembre del 1931). 

Abbiamo fatto cenno a Tramonto di un Dio (Passing of God, 1931), vale a dire il racconto preferito da Lovecraft in tutta la produzione del reverendo. In esso abbiamo un americano trapiantato nelle Isole Vergini alle prese con un bizzarro tumore. L'uomo, definito “un'enciclopedia vivente delle pratiche religiose del posto e degli usi locali” nonché vicino agli ambienti voodoo, si vede crescere all'interno del ventre una specie di noce di cocco. Giudicato non guaribile negli Stati Uniti, viene sottoposto, anni dopo, a un delicato intervento chirurgico dopo che la noce ha ripreso a crescere in conseguenza di una caduta. Creduto, piuttosto bizzarramente, posseduto da uno spirito voodoo dagli abitanti del posto, subisce l'asportazione del corpo estraneo che i medici scopriranno, a loro sorpresa, essere una vera e propria creatura vivente, un essere così descritto: "Erano gli occhi di qualcosa di superiore all'umano. di incredibilmente malvagio, enormemente antico, evoluto, freddo, impenetrabile a tutto se non al Male assoluto, gli occhi di qualcosa che era stato adorato in secoli precedenti, occhi che mostravano tutta la cattiveria, la malvagità deliberata in agguato che possa esistere nell'Universo." Un racconto dunque piuttosto sinistro ma, a mio avviso, inferiore a Cassius. Di altro rilievo è invece L'Uomo Albero (The Tree Man, 1931) che sembra più un resoconto folkloristico piuttosto che un racconto vero e proprio. Qui Whitehead parla dell'abitudine locale, di una data etnia originaria delle Haiti, di affidare a un membro della comunità il compito di ascoltare determinati alberi come “fratelli” in modo da decriptarne i messaggi premonitori di sventure e calamità naturali. Così leggiamo di un soggetto che vive sempre a stretto contatto con un albero, tenendolo abbracciato giorno e notte finché l'arroganza di un latifondista non giungerà a minacciarne l'esistenza.
Spunti ecologisti anche nel bellissimo Il Popolo di Pan (The People of Pan, 1929), in cui Canevin si trova al cospetto di una popolazione di discendenza atlantidea che vive nei sottosuoli di un'isola disabitata in cui l'uomo sta per sbarcare per effettuare il disboscamento. Whitehead, nell'occasione, regala un vero e proprio omaggio alla dea natura con descrizioni ambientali (prima la foresta, e poi una profonda gola che conduce nell'abisso) di grosso impatto. Apocalittico l'epilogo, col popolo di Pan che paga con la vita l'egoismo dell'uomo della superficie, il cui avvento scatena l'ira del Dio. A mio avviso tra i migliori testi dell'antologia, con una descrizione del tempio eretto in onore al dio caprino che è eccezionale e, allo stesso tempo, sinistra con una scultura di una capra rampante che svetta sopra a centinaia di persone intente a salmodiare un rito di sacrificio in onore al Dio.

Omaggio a Kipling nei due restanti racconti. Williamson (1910) è un racconto fantastico che ruota tutto sulla sconvolgente rivelazione finale. L'autore omaggia Bertan e Bimi (1891), da cui prende lo spunto per sviluppare il racconto. Protagonista è un uomo dalla forza bruta ma dall'animo nobile, che viene ospitato sulle Isole Vergini nella dimora invernale di Canevin. L'uomo è un vecchio compagno di scuola dello scrittore ed è giù di morale per la prematura scomparsa della moglie. Il narrato ruota così attorno al passato di questo sfortunato individuo che ha avuto un'adolescenza poco felice, con un padre che non lo ha mai considerato suo vero figlio arrivando persino a separarsi dalla moglie. La stessa compagna di Williamson, prima di morire e dopo essersi unita a lui in matrimonio, ha sempre dato l'impressione di temerlo, di guardarlo con sospetto se non, addirittura, con ribrezzo, nonostante le premure dimostrate dall'uomo nei suoi confronti. Atteggiamenti reputati ingiustificati da Canevin finché, all'epilogo, non emergerà la verità. Walter Catalano, a ragione, descrive l'opera come un testo che “rimuove il tabù di King Kong: le implicazioni sessuali di un rendezvous fra la bella e la bestia.” Whitehead, pur dimostrando grande delicatezza e non scendendo mai nel volgare, narra un fatto, verificatosi alle Bahamas, che è centrale per comprendere l'epilogo e che deve molto a Kipling. Circa un anno prima della nascita di Williamson, la madre ha subito una violenza fisica a opera di un Orango (proprio come nel testo dell'autore di Bombay, anche se qua si va oltre). Non è ben chiaro se sia stata posseduta dalla bestia, perché la donna è svenuta nel corso dell'aggressione e ha sempre detto di non ricordare niente sul punto. La giovane, a differenza del testo di riferimento, non muore, si riprende e, circa un anno dopo, avrà un figlio una volta trasferitasi a New York. Il bimbo però ha un qualcosa di strano che si cercherà sempre di nascondere. Il lettore scoprirà alla fine il mistero, con Whitehead che si limiterà a suggerire ma non rivelerà la ragione della bizzarria riscontrata in prima persona: shock subito dalla donna tale da determinare una mutazione genetica nel futuro figlio (come narrano certi racconti o leggende dell'epoca, ce lo dice lo stesso autore nelle premesse de Il caso Chadbourne) oppure ibrido frutto dell'accoppiamento tra un orango e una donna o ancora tra un uomo deformato scambiato da tutti per un orango e una donna...? Di certo Whitehead chiude in modo beffardo e, ancora una volta, ambiguo, con la seguente frase: “Williamson, come ero stato sempre certo e adesso più che mai, era un uomo di gran lunga migliore del padre, comunque lo vogliate intendere.”

Si chiude il sipario con La Cicatrice (Scar Issue, 1946), un altro testo più fantastico che horror, se vogliamo addirittura di azione. Whitehead parla di “ questione atlantidea” e di “memoria ancestrale” per dimostrare in un colpo solo che Le Isole Vergini sono la parte rimasta emersa del vecchio continente di Atlantide e che gli uomini, dopo la morte, tornano in vita sotto altre spoglie umane. Per comprovare quanto affermato, Canevin presenta al dottor Pelletier un marinaio che possiede un'enorme cicatrice sul corpo. Il segno altro non è che una voglia emersa al compimento dei ventisette anni. Il marinaio, Joe Smith, spiega ai due di aver dei flash in cui ricorda una precedente vita quando, da schiavo, era costretto a esibirsi nei panni di gladiatore nelle arene per il divertimento della platea atlantidea. Ancora una volta l'ispirazione arriva da Kipling, come ha modo di spiegare l'autore, ma prende la via dell'azione Segue infatti una bellissima scena di combattimento in arena, con tanto di arbitro e regolamento spiegato ai due contendenti, come in un moderno incontro di boxe, oltre cintura premio imbottita dei soldi lanciati dai tifosi. La cicatrice sarebbe un segno originario lasciato dallo scontro mortale in cui Joe Smith perse la vita nel suo ultimo combattimento all'età di ventisette anni. Whitehead chiude il testo con una battuta di Canevin che riscontra il nome del suo ospite quale JOE TROY SMITH, collegandolo al più famoso paesaggista americano così da dar credito all'idea della metempsicosi: “Capivo solo allora chi avevo avuto l'onore di ospitare nella mia casa. Si trattava del celebre artista, oppure no... ” Finale, in chiaro stile Whitehead, ambiguo, a cui noi aggiungiamo un'ulteriore domanda: ma il Joe Troy Smith cestista statunitense che ha giocato per diverse stagioni in Italia, anche in provincia di RE, è forse l'uomo in cui vive ancora il protagonista di questo racconto? Una considerazione inevitabile, se mi permettete un po' di ironia, per un autore che si chiama allo stesso modo di un famoso Reverendo d'Inghilterra, conosciuto per stare alla base della scienza dell'epidemiologia. Nomen omen, dunque, giusto per esorcizzare un titolo di un celebre film horror con la figura del reverendo più caro alla narrativa del terrore.

In conclusione, un volume da recuperare (al di là dei refusetti di battitura, ce ne sono diversi) per gli amanti della narrativa del terrore dei primi del novecento e che è da integrare col successivo Il Culto del Teschio, così da chiudere il discorso relativo alla penna di Henry S. Whitehead. Per gli amanti del genere suggerisco infine due volumi di Gordiano Lupi, Orrori Tropicali e Nero Tropicale, che propongono altre storie horror legate al voodoo e alla Santeria ambientate in zona caraibica, tra leggenda locale e scrittura creativa vera e propria.

L'ultima antologia dedicata a 
Whitehead.
E' uscita nel 2016.

"Non c'è in lui nulla dell'uomo di Chiesa ammuffito: si veste in abiti sportivi, impreca come un duro all'occasione, ed è totalmente estraneo a bigottismi o perbenismi di qualsiasi tipo" (Howard P. Lovecraft su Henry S. Whitehead).

lunedì 10 aprile 2017

Recensione Narrativa: LA SCHIAVA DI FU MANCHU di Sax Rohmer.



Autore: Sax Rohmer.
Titolo Originale: The Bride of Fu Manchu.
Anno: 1933.
Genere: Spionistico fantastico con venature sci-fi.
Editore: Sugar Editore, Milano, 1966..
Pagine: 240.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Il destino gioca spesso dei tiri mancini“ esordisce lo splendido volume “I MAESTRI DELLA LETTERATURA FANTASTICA“ dell'Edipem alla pagina dedicata a Sax Rohmer e l'espressione è quanto mai appropriata per questo autore, non tanto per il fatto che il suo principale personaggio, il geniale Fu Manchu, è un'abbreviazione di “mancini“ piuttosto per il fatto che si tratta di uno degli autori più ingiustamente bistrattati nel panorama letterario italiano. Se infatti cercate in molti testi di saggistica dedicati alla narrativa fantastica troverete, quando va bene, meramente accennato il nome Sax Rohmer, e solo occasionalmente trattato. Ne sono una testimonianza i pur completi volumi Odoya dedicati alla narrativa sia Horror che Fantastica che Esoterica o il Dizionario dell'Orrore di Gianni Pilo, testi in cui Rohmer non viene trattato (spesso e volentieri nemmeno indicato). Ciò è davvero un'ingiustizia, siamo al cospetto di un maestro nel panorama fantastico e, per certi versi, della narrativa del terrore versante paranormale. E' davvero incredibile che gli unici cenni che gli vengon dedicati, in Italia, siano riferiti all'adesione, in compagnia di nomi di colleghi più famosi, alla società segreta della Golden Dawn. Ciò è la conseguenza della quasi esclusiva pubblicazione, nella nostra penisola, dell'opera di Rohmer legata al celebre personaggio originario della manciuria e ad alcuni gialli, tanto che lo scrittore viene considerato uno specialista del giallo o della spy story. Niente di più sbagliato, a nostro avviso.

Nato il giorno dopo San Valentino del 1883, come Arthur H. Ward, in quel di Birmingham, cresce in un'umile famiglia di origini irlandesi. Non è uno studente modello, eppure ha la passione per la lettura che lo conduce verso testi di occultismo e discipline orientali, specie quelle legate all'antico Egitto. A differenza di molti suoi colleghi, non vanta un illustre percorso di studi ma sviluppa una cultura da autodidatta che lo porta a scrivere inizialmente per ragioni alimentari. Debutta in tale veste a ventuno anni con la pubblicazione su un periodico di un racconto breve di genere fantastico, che va sotto il titolo di The Mysterious Mummy, seguito, sette anni dopo, dalla novella Pause data alle stampe in forma anonima. Le passioni per l'occultismo e le discipline magiche gli costan però care. Grosso sperimentatore, più che sulla carta stampata nel mondo reale, si fa assumere in una banca, ma poi non si trattiene dal mettere in pratica i propri studi: ipnotizza un collega, ma lo scherzo viene visto con sospetto e timore. La scelta è immediata: licenziato in tronco. Poco male, ripiega allora come dipendente di una società di distribuzione di gas prima di trovare una più pertinente occupazione in qualità di reporter sul settimanale Commercial Intelligence. L'istrionismo e soprattutto le doti eclettiche non tardono a metterlo in luce. Il giovane Ward fa tutto: scrive canzoni, articoli di argomenti più disparati ivi compresa la sociologia (celebre un suo reportage sul quartiere cinese di Londra, che sarà poi fondamentale per aprirgli la via al suo famoso personaggio), sketch comici, soggetti per commedie musicali, inventa addirittura un profumo e si fa ingaggiare quale attore teatrale. Ward è però anche un avventuriero che non teme niente e nessuno e che vaga nei quartieri malfamati alla caccia del fantomatico Mister King (il boss del quartiere cinese di Londra). Un vero e proprio tuttofare che finisce persino per infiltrarsi in una delle più potenti società segrete di stampo esoterico dell'epoca (la Golden Dawn) oltre che in numerose altre, sembra persino legate all'ambiente dei Rosa Croce. Ward è un vero e proprio prezzemolo che sta bene ovunque, ma non è un abile gestore dei propri fondi. Spende e spande, gioca in borsa, fa investimenti sbagliati, gli piaccion le donne e non viene neppur frenato dall'appariscente Rose E. Knox che sposa in giovane età. Ward ha molteplici amanti, scrive lettere appassionate e le lascia in bellavista tanto che la moglie lo scopre spesso e volentieri, ma è sempre pronta a perdonarlo. Ward, che a trent'anni sceglie di chiamarsi Sax Rohmer, è affabile e ha un fisico che piace al gestil sesso, per lui è facile fare conquiste. Ha uno stile di vita dispendioso e questo lo porta ad avere debiti perenni. Nel 1912 pubblica il primo di tredici romanzi (solo sette tradotti in italiano), e otto novelle, che vede per protagonista Fu Manchu, il pericolo giallo incarnato in un sol uomo“, ed è successo immediato. La serie, che prende avvio con The Mystery of Doctor Fu Manchu, da sfoggio di uno stile semplice, accessibile anche a un pubblico medio basso, e tratta temi fantastici (quale alchimia, ipnotismo, illusionismo) con venature fantascientifiche e spionistiche, piuttosto che esoteriche o criptiche, ma soprattutto con un'intelaiatura poliziesca che sembra esser stata ispirata, seppur poi molto diversa per sviluppo e temi, dal Lupin di Leblanc. Fu Manchu infatti è un personaggio che rappresenta il male e il crimine ma, nonostante questo, è il vero e proprio protagonista dell'opera di Rohmer, pur se perseguitato in ogni avventura dal brillante rappresentante di Scotland Yard, Denis Nayland Smith, che riesce sempre a intralciarlo e a fargli saltare i piani. A differenza di Lupin non cerca un tornaconto personale, il suo è un fine (a suo modo) nobile: si rende promotore di una battaglia politico-culturale finalizzata a determinare la caduta del mondo occidentale in favore della Cina. Un personaggio che, cambiando alcune caratteristiche, potrebbe sembrare assai di moda anche al mondo di oggi, spostando l'etnia sul versante arabo (di cui Fu Manchu è un estimatore, peraltro). Egli infatti non è un lupo solitario, ma il terminale di una vera e propria organizzazione terroristica che va sotto il nome di “Si Fan“ e che vuol rovesciare il mondo, lavorando persino sul versante finanziario e favorendo il dissesto e l'incertezza negli investimenti. Per quegli anni si tratta di un canovaccio assai pionieristico che viene subito premiato dal pubblico, grazie anche al taglio stilistico molto commerciale e veloce, scelta che garantisce introiti e che finisce subito con il calamitare le attenzioni delle radio, dei fumetti ma sopratutto delle produzioni cinematografiche che non tarderanno ad acquistare i diritti per trasporre sui teleschermi i vari romanzi (il primo film, The Queen of Hearts, esce nel 1923 per la regia di Lyons). Celebri al riguardo le interpretazioni di Christopher Lee e di Boris Karloff, nei panni del genio del crimine, per un totale di circa sedici film, i primi sette girati tra il 1923 e il 1931. Da notare poi che il personaggio ha ispirato moltissimi altri personaggi, tra questi il Doctor No della famosa serie 007 – James Bond, che l'autore Ian Fleming ha sempre riferito esser stato costruito sul personaggio di Fu Manchu; da qui la frase lancio: “James Bond non sarebbe mai riuscito a sconfiggere Fu Manchu!“
Due anni dopo l'uscita del primo volume della fortunata serie, Rohmer da alle stampe un volume dedicato all'occultismo e alla magia (sembra in omaggio all'amico Harry Houdini), The Romance of Sorcery, passione che lo accompagnerà sempre e che lo porterà a scrivere molti horror soprannaturali e alcuni romanzi weird (purtroppo quasi tutti inediti in Italia) legati agli archetipi di questo particolare settore della narrativa. Tra questi si ricorda il racconto Lord of the Jackals (1917) pubbicato nel 1927 sulla leggendaria rivista weird tales (unica apparizione di Rohmer), Breath of Allah (pubblicato nell'antologia Maghi e Magia, Edizioni Mediterranee) e Brood of the Witch Queen da molti considerato il suo capolavoro.
Un altro personaggio forte, ideato nella parte terminale di carriera, è quello di Sumuru (protagonista di cinque romanzi), una sorta di proiezione di Fu Manchu in chiave femminile, con forte connotazione erotica e con alle calcagna, questa volta, un agente dell'FBI.
Da rispolverare e riproporre inoltre, spero che l'Hypnos accolga questa mia richiesta, il detective dell'occulto Moris Klaw, che indaga avvalendosi dei forti poteri chiaroveggenti prendendo contatto con gli oggetti delle vittime di crimini e visitando le scene dei delitti per poi ricevere nel sonno le soluzioni dei vari casi.

Vive la parte terminale della propria esistenza negli Stati Uniti dove emigra, dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, passando a miglior vita nel 1959 nello stato di New York a causa, a proposito di “tiri mancini“, di un'epidemia di influenza asiatica. Destino quanto mai beffardo per chi ha sempre parlato dell'influenza cinese come pericolo costante per il mondo occidentale. L'anno prima, la moglie, pubblica il romanzo giallo Bianca in Black firmandolo Elizabeth Sax Rohmer.
Una curiosità legata a questo scrittore è costituita dal fatto che fu inspiegabilmente censurato in modo totale nella Germania nazista, dove la produzione firmata Sax Rohmer era del tutto bandita. Lui, da buon inglese (dato che la sua opera parla in via prioritaria di congiure messe in atto da un genio del male per la conquista del mondo, sfruttando il lavoro di scienziati pazzi che fanno esperimenti di ogni tipo finalizzati a trovare la via per piegare le nazioni nemiche), non perdeva occasone per lamentarsi in modo alquanto umoristico: "Non capisco questo fatto... in fondo, la mia opera, mica attacca il regime di Hitler...!


L'autore SAX ROHMER

The Bride of Fu Manchu è il sesto capitolo della saga del famoso criminale cinese nato dalla penna di Sax Rohmer. Uscito nel 1933, è ambientato in Francia, sulla Costa Azzurra e più precisamente nella città di Nizza. Fu Manchu sta architettando, con l'ausilio di un poule di scienziati riportati in vita dopo la loro morte, di sferrare un duro attacco all'Europa con il ricorso a un'arma battereologica atipica. Ha infatti allevato, in una sterminabile serra allestita all'interno di un ex monastero trasformato in un vero e proprio labirinto con futuristici sistemi di difesa (da porte che calano dall'alto e mattonelle elettrificate), un ibrido di mosca tse tse il cui pinzo provoca la morte immediata dei contaminati. Il dotter Petrie, giunto dall'Inghilterra, è l'unico che sembra aver trovato l'antidoto, la c.d. Formula 654, e per questo finisce preda della manovalanza del dottore (dei sicari asiatici), intenzionato a eliminare chiunque ostacoli i suoi piani di conquista. Fu Manchu però non si limita a uccidere il bravo scienziato, ma cerca di indurlo in uno stato di morte apparente per poi rapirlo e assoggettarlo alla propria volontà col fine di annetterlo alla propria squadra di scienziati. A intralciare i piani però interviene, da Londra, il solito Nayland Smith che andrà a supportare il protagonista positivo del romanzo ovvero il botanico Alan Serling. I due riusciranno a far uscire all'aperto il cinese, a liberare il vecchio monastero e a far venire alla luce le ricerche contrarie a ogni forma di etica ordinate dal dottore cinese fino a implicare esperiementi su ibridi umani. Ma il vecchio Fu Manchu, che pare depositario del massimo segreto alchemico che ha nell'Elisir di lunga vita (nella fattispecie estratto da un'orchidea birmana) il suo massimo livello di conoscenza, ha in serbo una serie di trucchi da illusionista che gli permetteranno, dopo l'arresto, di scappare sotto il naso alle autorità francesi per compiere altre imprese che saranno narrate nei successivi capitoli della saga.

Romanzo dunque di mero ed esclusivo intrattenimento, forse un po' datato per trattare temi successivamente abusati ma all'epoca, probabilmente, appena accennati. Si parla di mutazioni genetiche e di virus pestilenziali costruiti in laboratorio e di cui si fanno portatori gli insetti. Evidente la contaminazione dei generi, dall'avventura alla sci-fi, passando per il giallo e, soprattutto, lo spionistico e l'esoterico (grande ruolo esercitato dall'ipnosi e dal controllo mentale). Bella la caratterizzazione della fortezza francese che costituisce il quartier generale di Fu Manchu, una costruzione piena zeppa di trabocchetti e insidie con una conformazione labirintica che spiazza i protagonisti, tra fumi di oppio e sieri più o meno funzionali a ridurre la capacità di intendere e di volere. Prosegue poi la caratterizzazione diabolica e, al contempo geniale, del “satanico“ Fu Manchu. Lo vediamo comunicare con i suoi uomini grazie a degli orologi che trasmettono messaggi cifrati in alfabeto morse. Rohmer sottolinea l'entità malvagia del dottore associandogli una scimmia che lo segue in ogni dove. Un personaggio pazzesco, colto e raffinato, che cerca addirittura di organizzare incroci particolari per avere una prole selezionata che possa garantire futuro alla propria dinastia e che, per questo, fa rapire una giovane destinata a divenire sua riproduttrice in età adulta.

Lo stile adottato dall'autore è veloce, leggero, molto moderno per l'epoca e perfettamente adatto a una lettura da sotto l'ombrellone nelle torride estati. Niente a che vedere con testi metaforici o simbolici, che richiedono studio o particolare attenzione. La struttura è elementare, senza fronzoli, va subito al nocciolo con ampio ricorso a dialoghi e frasi brevi e concise. Ne esce fuori un'opera di completamento, non certo prioritaria, per giunta letta da pochissimi, ma comunque gradevole (nulla più).

Nel 1966 Don Sharp ha adattato (insieme al produttore Harry Alan Towers), con qualche libertà narrativa, il romanzo per la realizzazione della sceneggiatura del film (misconosciuto) Il Giorno dei Fazzoletti Rossi con Christopher Lee nei panni di Fu Manchu. Il successo, crediamo di poter dire, non è stato interplanetario. 

La locandina del film estratto dal romanzo.


Non esiste progresso umano senza selezione... L'Est è cresciuto in sapienza, mentre l'occidente non ha fatto altro che costruire macchine..“

martedì 21 marzo 2017

Recensione Narrativa: IL GIOCATORE OCCULTO di Arturo Perez Reverte



Autore: Arturo Pérez Reverte.
Titolo Originale: El Asedio.
Anno: 2010.
Genere: Giallo storico.
Editore: Marco Tropea Editore.
Pagine: 640.
Prezzo: 20 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Dal creatore del Capitano Alatriste oltre che del romanzo Il Club Dumas, reso famoso dalla trasposizione cinematografica curata da Roman Polanski col titolo La Nona Porta, arriva questo dramma storico con venature gialle che va sotto il titolo L'Assedio, edito in Italia con il meno calzante Il Giocatore Occulto. 
Romanzo fiume, oltre seicento pagine (molte delle quali superflue), caratterizzato per esser il risultato di quattro distinte storie che si intrecciano e che hanno tutte sede nella Cadice del 1811. Perez Reverte realizza così un elaborato storico che mette in scena l'assedio della città di Cadice, porto fondamentale per i traffici di merci tra la Spagna (Europa) e le Americhe, per effetto delle truppe napoleoniche. All'interno di questo contenitore, ovvero il contesto storico, mentre i Francesi sparano bombe sulla città, spesso e volentieri, non riuscendo a farle esplodere per problemi di gittata, Reverte inserisce una serie di ulteriori storie che dilatano il soggetto spingendolo a prendere vie diverse e non per forza di cose connesse tra loro. Tra tutte spicca quella di un assassino seriale, di cui al titolo, che uccide a colpi di frusta delle giovani donne infierendo sui cadaveri al punto da scarnificarli fino a che non si vedono le ossa. L'autore, tuttavia, si limita a tracciare i contenuti superficiali di un giallo, ma non lavora sull'intreccio mystery. Non c'è speranza per il lettore di capire chi sia l'assassino e il tutto viene messo in scena con fare poliziesco, come se si fosse in un moderno noir, rendendo di fatto poco accattivante la lettura (specie andando avanti nel testo). A ogni modo è proprio la storia di questo assassino che rende vivo il romanzo, facendo a rimbalzo con i traffici organizzati da una giovane nobile convinta a investire sulle navi corsare, che praticano una forma di pirateria (a danno delle navi nemiche) legiferata dallo Stato spagnolo, per trovare gli introiti indispensabili a far fronte al periodo di magra che soffoca la città. Il tutto è funzionale a Reverte per dedicare ampio spazio alla caratterizzazione dei personaggi, ma soprattutto del contesto socio-politico ed economico generale. Viene così offerto un completo quadro della Cadice del 1811, sia geografico che architettonico che, in special modo, cittadino. Un contesto in cui si sviluppano duelli d'onore, antiche forme di galateo, feste in maschera e dibattiti politici, a cui fanno da contraltare le incursioni belliche con descrizioni di tecniche di guerriglia, sia terrestre che marine, e descrizioni balistiche atte a spiegare le parabole coperte delle bombe. Vediamo così la vita di una città che prosegue, protetta tra le sue mura, nonostante la guerra che sta bussando proprio dallo specchio di mare su cui si affaccia l'agglomerato urbano. Ecco allora che il lettore si imbatte in interi capitoli, narrati sia dal punto di vista dei francesi (attaccanti) sia dal punto delle truppe ispanico-inglesi (difensori), con spiegazioni di armi, gittate, strategie militari, depredaggi e via dicendo. Ed è proprio in ordine ai punti delle cadute di queste bombe che si verificano gli omicidi, quasi come se l'assassino prevedesse le zone di scoppio e scegliesse così di anticipare l'evento firmando la scoperta con un omicidio premonitore. Il commissario Tizon (nome quanto mai appropriato per descriverne la peculiarità manesche), un rude poliziotto all'antica (già per l'epoca) che disottempera all'orientamento di vietare la pratica della tortuna come via per ottenere le confessioni, sarà il personaggio che cercherà di garantire alla giustizia lo sconosciuto assassino. Si tratta di un poliziotto goffo, amante degli scacchi e propenso a trovare collegamenti e relazioni alquanto improbabili e cercare di forzare gli accadimenti per giustificare le proprie tesi. Un uomo dai modi spicci, sommario, che calpesta diritti e tiene sotto stretto controllo i nascenti mass-media costringendoli, sotto estorsione, al silenzio o a pubblicare articoli di favore.
Tizon è comunque solo uno dei moltissimi personaggi che si susseguono nella storia, alcuni di questi incrociano anche i propri destini per poi proseguire su vie distinte, anche se si possono individuare quattro personaggi principali, ognuno dei quali al centro di ognuna delle quattro storie che vanno a comporre il romanzo. Abbiamo il citato commissario per la storia relativa ai delitti, quindi un esperto di balistica francese per la parte che tratta l'assedio francese, la zittella commerciante per la parte in cui si parla dei traffici con le americhe e un coraggioso pirata per quel che riguarda le descrizioni degli assalti alle navi da depredare. Una struttura molto dispersiva, che non riesce a tenere sempre alto il ritmo e si rivela, a tratti, soporifera spingendo a una lettura velocissima di svariati capitoli.
Dunque un ottimo testo per chi è in cerca di un volume che ricostruisca la storia di Cadice e di un certo contesto sociale, ma terribilmente lento, e per lunghi tratti noioso, per tutti gli altri, specie per chi è abituato a un intreccio giallo canonico. Deludente il finale in cui viene acciuffato il responsbile degli omicidi, ovvero un perfetto sconosciuto rispetto al precedente narrato, col triviale Tizon, convinto per tutta la storia di esser sulle tracce di un intellettuale (citazionista dell'Aiace di Sofocle) che ha trasformato la città in un'immensa e ideale scacchiera in cui giocare la sua personale e pazzesca partita, che resta a sua volta deluso (si troverà al cospetto di un assassino comune). Poco chiara la spiegazione posta in essere per giustificare la scelta del killer di anticipare i luoghi delle cadute delle bombe con gli omicidi.
Lo consiglio solo agli amanti delle storie che ricostruiscano un dato passato storico, si astengano gli altri.

La copertina originale
spagnola.


domenica 12 marzo 2017

Recensioni Saggi: TOMBOLO di Aldo Santini.



Autore: Aldo Santini.
Anno: 1990.
Genere: Saggio Storico.
Editore: Rizzoli.
Pagine: 234.
Prezzo: 30.000 lire (pagato 3 euro al mercatino dell'usato).

Commento a cura di Matteo Mancini.
Saggio storico scritto dall'ex giornalista del Tirreno e del settimanale l'Europeo Aldo Santini, conosciuto anche per i volumi sportivi Nuvolari (1983), Carnera (1984) e Un Cavallo e il suo Tempo: Ribot (1985), oltre che per numerosi altri di genere diverso ivi compreso quello gastronomico. In questa nuova avventura, Aldo Santini utilizza i fatti gravitanti attorno all'impenetrabile area boscosa di Tombolo, località tra Pisa e Livorno, divenuta sede di traffici di contrabbando e prostituzione tra soldati americani disertori e banditi italiani, per tracciare un quadro piuttosto completo della situazione storica, sociale e politica dell'immediato dopo guerra sul litorale compreso tra Viareggio e Livorno. Lo stile è leggero, corredato da innumerevoli interviste che vengono proposte in modo quasi discorsivo così da dar vita a una via di mezzo tra un saggio e un libro interviste, più orientato però sul primo versante, e offrono uno squarcio su uno dei periodi centrali del novecento italiano, focalizzandolo in una data area geografica senza però ignorare l'insieme più vasto.
L'autore, livornese verace classe 1922, vincitore del Premio Campiello, si è spento a Livorno nel 2011, all'età di ottantanove anni dopo aver ricevuto numerosi premi e scritto molteplici volumi (si parla di settanta opere). L'opera qui oggetto di esame, siamo certi di poter dire, è stata probabilmente una delle sue preferiti, in quanto legata alle prime esperienze da giornalista presso il quotidiano Il Tirreno, appena sorto dalle ceneri de Il Telegrafo di Costanzo Ciano proprio negli anni raccontati dal saggio (immediato dopo guerra). I fatti prendon le mosse dalla liberazione di Livorno dalle truppe nazi-fasciste e dall'arrivo in massa, al seguito dei soldati americani, delle "segnorine", ovvero delle prostitute italiane (quasi tutte bionde, perché così eran richieste) salite dal meridione lungo l'intera ascesa dell'esercito americano per vivere da nababbe con i dollari scambiati in cambio di sesso offerto, per lo più, ai soldati di colore e ai prigionieri tedeschi (impiegati al servizio degli americani). Una situazione che diverrà presto indigesta al popolo livornese, ridotto alla fame e spesso e volentieri costretto a non aver un lavoro su cui contare.

Il volume viene portato avanti avendo come trait d'union di tutti i capitoli i fatti connessi alla.c.d. "rivolta dei giusti", ovvero la notte brava del 3 agosto 1947 in cui svariati cittadini livornesi insorsero contro le "segnorine" responsabili di infangare il decoro urbano ("Questa città è diventata un grande casino" non a caso negli Stati Uniti assunse presto la fama di "città del peccato"). Così Santini centellina i fatti e le conseguenze di quella nottata fino a raccontare nei dettagli le deposizioni del processo tenutosi a Firenze, per ovvie ragioni legate al malcontento popolare, e della sua parziale ripetizione in quel di Perugia, per l'eccezione sorta solo in secondo grado relativa a un vizio legato ai titoli necessari per stare in giudizio di un avvocato degli imputati. Il tema principale del volume è questo, ma così come un nastro che si riavvolge, per ogni capitolo proposto, Santini parte sempre da quei fatti per poi dilungarsi, tra un'intervista e l'altra o tra un aneddoto e un ricordo personale di vita vissuta, e aggiungere qualcosa di nuovo e di più dettagliato rispetto a quanto già detto sia dell'ambiente che delle premesse che portarono a quella nottata di percosse, stupri, violenze e segnorine denudate e costrette a vagare per strada come mamma le aveva fatte. Così ci parla del giorno (7 luglio 1945) in cui Frank Sinatra giunse a Livorno per cantare davanti a un pubblico costituito dai soldati americani, oppure delle avventure in quel di Tombolo del regista Federico Fellini al seguito del regista Lattuada nei preparativi finalizzati a girare il film Senza Pietà o ancora ci offre un profilo del poeta Ezra Pound, rinchiuso nel vicino campo di concentramento di Coltano insieme ad altri prigionieri, più o meno, legati al caduto regime fascista, intento a scrivere, tra un'offesa e l'altra, i Canti Pisani.

Un modo di raccontare che porta Santini a ritornare più volte sugli stessi temi, così da allungare il narrato, ma che gli permette anche di fissare al meglio i temi centrali che tenevano banco quegli anni: prostituzione, contrabbando, rapine ai magazzini militari americani (spesso e volentieri concordati con le sentinelle e gli ufficiali), omicidi irrisolti, disperazione, disoccupazione, desolazione urbana, speculazione finanziaria e smitragliamenti continui al ritmo del boogie woogie suonato in delle specie di baracche in cui soldati di colore (per lo più della Divisione Buffalo, una squadra kamikaze formata da colored ed elementi di razza bianca espulsi per indisciplina da altri reparti) si scioglievano tra le braccia di provocanti damigelle in cerca dell'amore della vita per scappare dall'Italia e dalla fame. Un cocktail di illecità e trasgressione che aveva un suo centro e un suo nome: Tombolo. La pineta off limits, continuo scenario di rastrellamenti da cui scaturivano arresti a danno di disertori, vagabondi e delinquenti e che quasi sempre portavano all'espulsione, con tanto di foglio di via, di signorine indesiderate dall'autorità e spesso e volentieri affette da malattie veneree. Uno spicchio verde di foresta dalle sembianze di una macchia di dantesca memoria, dunque, in cui rifugiarsi per sfuggire alla legge e in cui pianificare altre azioni criminali. Un vero e proprio tempio per gli americani di colore che avevano deciso di sfuggire alla disciplina militare e che erano costretti a darsi alla macchia perché rei di un qualche grave misfatto. E con loro, a tener compagnia, proprio loro: le segnorine, delle donne bianche che pregavano per andare con i neri (una situazione, per questi ultimi, neppure immaginabile negli Stati Uniti dove i neri eran considerati alla stregua di animali). E' l'attore Kitzmiller a spiegare il profilo di questi uomini e le motivazioni che li spingevano a schierarsi contro l'ordine costituito: "I negri di Tombolo non credono che la fine vittoriosa della guerra porterà all'abbattimento delle discriminazioni razziali, e piuttosto che essere dei paria in America preferiscono giocare la folle carta della diserzione."

Santini racconta quegli anni, ci rivela cosa successe a Livorno quando giunse la notizia dell'attentato a Togliatti, di come si formarono i movimenti portuali anti-americani e di come il Comando americano osteggiasse i nuovi comunisti pretentendo di tagliarli fuori da ogni collaborazione lavorativa. Bello anche il ricordo della Livorno semidistrutta, con il luna park luogo di scambio di operazioni più o meno illecite e di scazzottate tra italiani, tedeschi e americani con tanto di tabelloni scritti nelle tre lingue di riferimento. Questo in estremissima sintesi il contenuto di un volume che ha il merito di riportare la memoria di chi ha vissuto certe epoche a quelle situazioni che oggi paiono lontane anni luce dalla società attuale, ma anche, e soprattutto, di tenere vivo un ricordo che, altrimenti, evaporerebbe sempre più a ogni passaggio generazionale. Bravo Santini, anche se non deve esser certo questo blog a sottolinearlo e che peraltro arriva ormai tardi in questo essendo già passati circa sei anni dalla scomparsa dell'autore. Da recuperare soprattutto per gli abitanti della zona, citato nella bibliografia del volume Spiaggia a Mano Armata di Umerto Lenzi in cui, proprio Aldo Santini, compare come personaggio aggiunto (siamo certi che avrebbe gradito, addirittura letto da Quentin Tarantino).

L'autore ALDO SANTINI.

"Tempo di miseria, voglia di ricchezza, un paradiso di violenza: e Tombolo divenne l'inferno del dopoguerra italiano."

lunedì 6 marzo 2017

Recensioni Narrativa LA MANO di Howard Fast.



Autore: Howard Fast.
Titolo Originale: A Touch of Infinity.
Anno: 1974.
Genere: Fantascienza/Surrealismo/Satira.
Editore: Mondadori, collana Urania (n.649).
Pagine: 134.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Howard Fast ovvero l'ilarità che diviene narrativa e in modo divertito, divertente e, non da ultimo, intelligente, mettendo alla berlina l'egoismo, la contraddittorietà e il materialismo tipico della maggioranza degli uomini, lasciando sempre aperta una fessura sul mondo dell'altrove, il trascendente verrebbe da dire, con continui riferimenti a Dio o ai creatori della razza umana. A Touch of Infinity (1972), tradotto in Italia con il titolo La Mano nel 1974 a cura della Mondadori (collana Urania), è una summa del talento dissacrante di questo scrittore, un uomo che non si è mai nascosto e ha subito, per le sue idee (condivisibili o meno che fossero) dei gravi intralci e dei vergognosi giudizi poi ribaltati per mere ragioni incidentali.
I più che leggeranno queste righe, probabilmente, non ne hanno mai sentito parlare. Eppure, seppur in Italia non sia molto conosciuto, per alcuni è una vera e propria leggenda. Basterebbe citare solo un suo romanzo per comprenderne la portata. Ci riferiamo a Spartacus poi portato al cinema da un certo Kubrick, un regista che per la lettura (a 360°) nutriva un interesse di proporzioni stellari, mi verrebbe da dire date certe Odissee (a tal proposito da non perdersi le storie del Cervo Bianco).
Fast nasce nella città della grande mela, nel 1914, quale risultato finale di un condensato di culture. Il padre, Barney Fast(owski), era un Ucraino, mentre la madre, che si chiamava Miller, proprio come il famoso capitano de Salvate il Soldato Ryan, era nata nel Regno Unito. A unire i due sono, oltre l'amore romantico della gioventù, la comune religione ebraica e il fatto di esser scappati dal continente dei vecchi. Un connubio che mi fa saltare subito in mente un certo concittadino David Duchovny, anche lui d'origine Ucraina ed ebraica ma nato da un altra Miller ma sempre del Regno Unito, l'attore che ha interpretato Fox Mulder nel serial X-Files che, come avremo modo di sottolineare nel proseguo viene quasi anticipato in un racconto con un riferimento piuttosto specifico all'FBI (a tal proposito un salutone anche alla bella Dana, eh...Sarà anche bassa, ma a me piace, oh allora...).
Inizia a lavorare giovanissimo, causa la dipartita prematura della madre, e a dieci anni è già a fare lo strillone per le strade con i giornali in pugno. “SIGNORI E SIGNORE... LA SAPETE L'ULTIMA?” E via a vendere i giornali, tra una risata e l'altra, accalappiando i passanti per pochi cents e qualche pacca sulla spalla. “Sei proprio un bravo ragazzo, Howard” e lui “Va beh che non mi chiamano ancora Cunningham, ma non sono ne' il R.E. né il Phillips Lovecraft” che in quegli anni furoreggiavano per le strade mentre il riferimento Cunningham lo scoprirete dopo. Gli viene subito offerto, probabilmente dopo combattuto concorso pubblico, un posto, a tempo determinato (però... eh eh eh), presso l'amministrazione pubblica e viene dirottato alla biblioteca della grande mela. È proprio l'avvicinamento a riviste, giornali e libri, verrebbe quasi da dire il continuo respirare l'odore liberato dai fogli consumati dal tempo e dalle carezze di migliaia di mani, a portarlo a sviluppare una passione che poi diventerà vera e propria professione, ma con ilarità, come dimostra nel racconto Il Buco nel Pavimento (The Hole in the Floor) dove fa a dire, con grandissimo tasso di ironia, a un certo poliziotto la seguente battuta, che sa quasi di barzelletta, in verità: “Se avessi un briciolo di cervello in testa farei lo scrittore, non il poliziotto. C'è un Tizio nella polizia di Los Angeles che fa lo scrittore. Ha scritto un libro che è diventato un best seller, e ha fatto un sacco di grana. Ma lui vuole continuare a fare il poliziotto. Mi fa una rabbia...!” Eppure più che di grana, Fast, avrà grane a volontà e anche piuttosto grosse. “Bada che scaglia... questa è buona per gli spaghetti, la mandano dalla Padania!” Fa il grande salto allo scoccare del '33, giovanissimo dato che per l'epoca non è ancora considerato maggiorenne (almeno in Italia), e da alle stampe Two Valleys (non tradotto in italiano, credo). Pur essendo al debutto vende subito un milione di copie, pazzesco per qualcuno (specie se poi andiamo a vedere quello che succede dopo), ma è tutto vero. Come vera diverrà la trasposizione cinematografica di una sua opera con Muhammad Alì protagonista, scritta a inizio carriera, e persino l'inserimento di alcuni suoi testi (Citizen Tom Paine) nel circuito di formazione scolastica americana, questo fin da subito. Appassionato di viaggi e della storia di America, scrive molti pezzi di natura storica, in particolare del west, con articoli e racconti dove opera una sorta di revisionismo western ante litteram sugli indiani (visti come vittime e non come il nemico da cacciare nelle riserve), e della guerra di secessione. Cerca notizie ovunque, è un vero e proprio topo di biblioteca. Va anche in giro a fare interviste, armato di matita e block notes. Scrive anche un romanzo, che tratta le vicissitudine di alcuni emigranti italiani ed ebrei costretti a fuggire dalla propria terra negli anni che precedettero la caduta di Wall Street (peraltro ricordata in chiave ironica, nella raccolta qua omaggiata nel racconto Il Cerchio, dove per protagonista irrompe un sindaco geniale) e che viene pubblicato con il titolo The Immigrans. Ma mentre lui può fare tutto questo, nella tranquillità offerta dal paese delle stelle e strisce, altri suoi compagni, altrove, diventano vittime di uno dei momenti più bui della storia dell'umanità. Sono anni in cui in Europa soffiano venti di guerra e, crediamo di poter dire, il trasporto di Fast (mi verrebbe da aggiungere dei coniugi Fast, avendo sposato nel 1937 Bette Cohen... sempre un omaggio al GRANDE LEBOWSKU, permettetemelo da fan) non è certo secondario e insensibile agli eventi raccontati da radio e giornali, date anche le origini e certi episodi verificatesi nel vecchio continente, probabilmente neppur lontanamente immaginabili dalla fervida immaginazione di uno scrittore horror. E badate bene, allora si parla solo di “deportazione” e non, ancora, di tutti gli orrori del dietro le quinte che emersero poi conquistando i terreni sul campo. Viene così arruolato nell'esercito americano, che sarà risolutivo come tutti sappiamo per le sorti del conflitto e, più ancora, del mondo (P.K. Dick, uno a caso, insegna con la sua riscrittura immaginaria della storia quello che sarebbe potuto succedere, altrimenti), presso l'Office of War Information. I suoi ideali politici, o meglio la sua filosofia, però traspare, non se ne sta confinata nella sfera del personale, va oltre (come giusto che sia) e diviene invisa ai poteri forti. Nel 1944 aderisce al partito comunista e allora viene scaricato. Non è possibile, non è tollerabile avere una “potenziale serpe” in corpo. Addirittura finisce in carcere per tre mesi, condannato dalla Commissione per le Attività Antiamericane, per comportamento sovversivo. In realtà la colpa di Fast, se di colpa può parlarsi, è quella di impegnarsi al fianco degli oppositori (definiti ribelli) del governo franchista che domina la Spagna. Invitato a fare i nomi, specie dei finanziatori di questi movimenti, fa andare su tutte le furie la commissione per non rivelare quanto richiesto e per il suo chiudersi in un onorevole mutismo fatto di ammiccate e boccucce. Per la corte questo è sufficiente a integrare il reato di oltraggio. Ci vien da dire, a posteriori, che a Fast non riuscì quello che mise in piedi il suo predecessore Ambrose Bierce, un altro che con i ribelli e le storie della guerra di secessione ci andava a nozze. Praticamente, tra i due, è intercorso il proverbiale Dal Tramonto all'Alba.
È il 1950, son anni in cui nell'aria si respira un altro conflitto, questa volta più devastante per la scoperta di armi e di strumenti massmediatici sempre più forti. L'incubo del nucleare aleggia sul mondo come una mano prossima a spegnere il sole e con esso la vita, come vedremo in modo surreale ne La Mano (Not With a Bang) e in modo molto più concreto ne L'Uovo (“The Egg”). Durante la detenzione, forse agevolato mentalmente dal pensiero di una ristrettezza della libertà personale e dall'idea di un'autorità despota che vuol tenere tutti sotto l'invisibile guinzaglio del controllo, sviluppa l'idea embrionale di Spartacus, da leggersi come una sorta di ideologica manlevatio dai politici e dai poteri forti ma ambientata ai tempi dell'antica Roma. Nove anni dopo, forse imprevedibilmente un po' per tutti dato che nessun editore si decide a pubblicare il testo (“E poi cosa ci succede a noi?” dicevano gli editori), la sua storia viene portata sul grande schermo dall'immenso, ma ancora giovanissimo, Kubrick; uno che con il Dottor Stranamore e Orizzonti di Gloria aveva già evidenziato il proprio humor nero verso certi estabilishment nonché il proprio smargiasso menefreghismo del sistema. “E ci fa fare i soldi” si giustificavano i produttori “Gli facciam fare i film, si... C'avete registi migliori voi?”. Una soddisfazione enorme per Fast che, abbandonato da tutti, si era pubblicato a proprie spese il romanzo...!!! Vergognoso, permetteteci lo sfogo. Vendendo “appena”, per il valore intrinseco, 48.000 copie (tante per un'autoproduzione, ma zero per un libro di tale caratura). Un'onta troppo grande per la burocrazia dei palazzi che lo isola e lo intralcia. Avete in mente l'immagine stilizzata della vecchia che va a mettere il bastone nei raggi di un bimbo che si diverte con la sua mini BMX? Bene, è coincidente alla situazione.
D'altro canto, però, il suo coraggio e la sua serietà di uomo, reso tale anche per il non abbassarsi a compromessi o ad atteggiamenti di interesse prettamente economico come il più comodo e sicuro atteggiamento qualunquista, non passano inosservati. Così, mentre con la moglie mette in piedi la Blue Heron Press, casa di produzione funzionale a produrre i propri lavori (perché nessuno si azzardava a metterlo sotto contratto, figurarsi se può esser vantaggioso inimicarsi certi soggetti), con tutti i problemi di distribuzione e di editing (molto carenti), nel 1953 riceve una chiamata che ha del pazzesco. In linea c'è Mosca e ci vuole un interprete per capirla... Si, non quella del racconto Questione di Dimensioni, in linea c'è quella capitale... “Oddio, no... quella pena, no...!” si allarma Howard. “Ma che pena... e sono i russi...” gli ride la moglie. “Ah, meno male che dormono ancora” fa lui... “Sono gli altri zzzzz”. E perché lo vogliono? Eh, sembra una barzelletta, ragazzi miei... Una di quelle che rende Buffa alla tv. Lo vogliono, perché devono consegnargli un premio... E che premio è? È uno dei più importanti riconoscimenti del mondo orientale... È il Premio Stalin per la pace, risposta sovietica alternativa al più famoso Premio Nobel per la Pace. E non lo riceve insieme ai primi che passano per la strada, tipo il perito Reznov o il compagno Grinowsky. No, signori... c'è anche spazio per l'ironia italiana. Per un bizzarro scherzo del destino, come scritto dallo stesso Fast ne Il Prezzo, “Dio opera in modo singolare”. Infatti, il colmo per uno che viene dalla grande mela è ricevere il premio con un certo Andrea Gaggero (pacifista con trascorsi nel campo di concentramento di Bolzano gestito dalle SS, secondo italiano a vincere il premio dopo Nenni, e a cui faranno seguito altri tre italiani per chiudere con GATTUSO) che invece arriva da un posto chiamato Mele, ma soprattutto insieme a loro c'è un certo PABLO NERUDA poi PREMIO NOBEL alla letteratura nel 1971. Un premio, questo Premio Stalin, che verrà consegnato per l'ultima volta nel 1990 a un tale Nelson Mandela (che ricordiamo anche per un certo Invictus di Clint Eastwood). Soddisfazioni importanti, ma a quale prezzo, appunto? Ce lo può forse dire il Frank Blunt del momento...? “Vorrete scherzare?” Ce ne guardiamo bene, è un costo molto alto, troppo, probabilmente ingiustificabile... ovvero l'isolamento operato dal proprio Stato, nel mutismo generale riservato a chi, secondo l'opinione pubblica alimentata da chi detiene il potere, è contrario a ciò che viene definito eticamente corretto dal contesto ambientale e storico. E allora c'è spazio solo nell'underground, nei comizi organizzati dal movimento politico di appartenenza, sui giornali di settore, ma anche qua non è tutto falce e martelli. E no... perché c'è anche chi vuol metterci le seghe, evidentemente. Quindi finisce accusato dai suoi stessi compagni di non essere troppo fedele al modello costituito. A quei tempi, purtroppo o forse per fortuna, non si poteva ancora parlare di correnti o scissioni e Fast, questo il destino di chi va più forte, come dirà anni dopo Giuliano Palma, si ritrova ancora una volta a viaggiare solo, in giro nel mare magnum dell'editoria come in una navigazione impazzita degna rappresentazione del maelstroem di Poe.

Fast, intanto, abbandona persino il partito, disgustato dai soprusi e dagli eccidi perpetrati da Stalin, come arriva, puntuale, a evidenzia il discorso di Kruscev pronunciato il 25 febbraio del 1956. Ancora una volta la grande personalità di Fast e il non volersi piegare ai compromessi ne fanno un simbolo di purezza e “cristallinità”. Ma a poco serve battersi, almeno apparentemente (fallisce anche il tentativo di creare una lista civica primordiale) e a poco servono i tentativi di trincerarsi dietro pseudonimi più vari, Cunningham o Ericson che dir si voglia, per cercare di fare il grande salto. È una una delle tante vittime del MACCARTISMO, dal nome del funzionario a capo della commissione (appunto McCarthy). Nonostante la censura, i tentativi di svalutazione e una campagna diretta a demonizzarne l'opera, come successo a moltissimi altri artisti (tra cui il celebre attore Lionel Stander, che ricordiamo al fianco di Bud Spencer, Terence Hill e George Eastman ne La Collina degli Stivali che alla fine evidenziava chi era il vero buffone), un atteggiamento ideale prodotto tra un incrocio avente come capo razza il tribunale dell'inquisizione del medioevo, per la gioia degli Evangelisti e del loro mitico Le Catene di Eymerich (un altro che si è interessato alla storia del west). I suoi libri, da eticamente corretti al punto da esser stati inseriti nel circuito scolastico, sono ormai veleno per le coscienze e per le formazioni dei comuni cittadini. Come conseguenza cosa ne deriva? L'eliminazione immediata da ogni programma scolastico e da ogni elenco contenuto nelle biblioteche pubbliche. “E che si scherza davvero...1?” tuonava McCarthy battendo il pugno sulla scrivania a chi cercava di evidenziare come il soggetto, in realtà, fosse più che valido. Nonostante tutto questo però, come spesso avviene quando si vogliono negare le evidenze, cosa succede...? Semplice. “Ehi, ragazzi la sapete l'ultima?” dicono un bel giorno in commissione. “Bella trasmissione” dice uno dei grandi togati “Mi faceva fa' un sacco di risate”. ”Macché trasmissione... Fast è uscito dal partito comunista!” Boato generale. “Portatemi la lista e anche il bagaglino...” si entusiasma subito il numero uno della commissione. “Lo ingaggiamo?” fa uno dei soci del gruppo. “Maaaah, affare di nulla!” E così, beffa delle beffe, viene cancellato dalla lista nera e cosa succede? Semplice, quello che era prima educativo e poi diseducativo torna a essere educativo. Il tutto con una chiara ed evidente analisi contenutistica dei volumi e dei messaggi offerti dai testi. E tutto questo avviene, come direbbe il recente vincitore di San Remo, in un Amen. E allora ecco che, tra i primi, esce Spartacus di Kubrick, arrivano gli editori e gli editor e la produzione di Fast diviene da marginale a copiosa, sia per le tante citazioni avute sia, soprattutto, per la quantità dei volumi dati alla stampa. Abbiamo detto quantità, perché la qualità è rimasta inalterata fin dall'inizio. Risultato finale? Tradotto in quindici lingue, in modo da poter esser seguito in ogni angolo di mondo, con qualcosa come ottanta libri scritti, tra romanzi, antologie, saggi e articoli vari al punto da esser definito, come ricordato da Passerini, “uno dei più grandi cantastorie dell'America moderna, genuinamente sposato alla causa della giustizia e della libertà.” Una definizione che, a nostro modo di vedere, gli rende giustizia e vale più dei conti e della riconoscenza pubblica. Un vero e proprio fiume in piena che non conosce blocchi e massi che tengano, eretti per arginare la forza d'urto di quelle onde che si alzano sospinte, tanto per citarne uno, da Il Vento di San Francisco e che da Pacifico lo rendono Atlantico, in un testa-coda degno della sua carriera e storia. “In realtà la cosa che mi fa infuriare la sapete qual'è?” usava chiedere a chi lo avvicinasse... “È che ho più storie dentro di me di quante ne potrei scrivere in una vita!” Un vero e proprio tsunami che si abbatte sulle coste dell'omertà e dell'indifferenza di alcuni, ma che, alla fine della fiera, non può essere contenuto poiché solo i folli possono pensare di contenere le idee e le ideologie, specie quando hanno dei contenuti di giustizia e di equità di fondo. Morale della favola, alla fine del narrato, persino i suoi più accesi detrattori dovettero alzare le mani e ammettere, senza chiamare in causa la coppia italo-americana che affrontò il National a viso aperto in zona Aintree, che le sue storie erano davvero dei veri e propri page-turner.

E ci ride....
HOWARD FAST

Veniamo allora ad analizzare l'antologia La Mano, titolo adottato dalla Mondadori per l'antologia A Touch on Infinity, uscita cento numeri dopo il precedente Il Generale Abbatte un Angelo sempre dello stesso Howard Fast. Si tratta di un vero e proprio divertissement che raccoglie undici (nella versione originale sono tredici) racconti, sospesi tra il surreale e la sci-fi, uniti da una vena che più che ironica definirei sarcastico/satirica da cui si sottraggono solo tre storie. Autore travagliato, ma al contempo scanzonato e diretto, Fast condensa in undici storie il campionario tipico della sua produzione. Un insieme di opere che potremmo definire delle burlonate dal retrogusto kafkiano. Abbiamo definito la storia divertissement perché, a differenza di altri autori, non siamo alle prese con uno specialista del genere, ma con un vero e proprio autore prestato alla sci-fi e lo si vede anche dal taglio autoriale che da ai suoi racconti. Questi, pur essendo il più delle volte leggeri e sbarazzini, hanno una forte componente critica degli usi e dei vezzi umani chiamando in causa, quasi sempre, la figura di Dio, piuttosto che l'evento del miracolo o la presenza del trascendente come monito e limite alle pazzie o alle bassezze umane. Tutto questo viene messo in scena con uno stile leggero, brioso e con uno sviluppo dei soggetti che assumono presto la consistenza di ideali barzellette. Certo, non sempre le buone idee iniziali vengono strumentalizzate al servizio di racconti di alto spessore, tuttavia il divertimento e le risate, ottenute per giunta in modo intelligente e riflessivo, sono assicurate.

Il Talento di Harvey (The Talent of Harvey), a mio avviso, è la storia regina. Fast la colloca a termine dell'antologia mettendo alla berlina, con un taglio comico, la routine di una coppia di sfigati che viene funestata dall'improvvisa acquisizione, da parte del marito (persona priva di talenti), del potere di materializzare al semplice pensiero e acciuffare in aria oggetti precedentemente invisibili. Quello che è un dono che sembra piovuto dal cielo (tanto da esser definito "un miracolo") viene presto utilizzato per le due cose più ovvie che frullano nella testa di uomo medio: i soldi e le donne. Tuttavia, per un bizzarro gioco del destino e forse anche per punizione, ciò che il protagonista riesce a fare con i biscotti e con il pane (beni di prima necessità) non riesce ugualmente bene con gli strumenti atti a stimolare la libido. I soldi escono palesemente falsificati, mentre per quel che concerne le donne il protagonista, per l'ira della moglie che si arrabbia dando del pervertito al marito, si vede piovere dal nulla una biondona di due metri, completamente nuda e con un seno prosperoso ai quattro venti. “La voglio alta, bionda, bellissima... Al diavolo l'intelligenza” aveva chiesto. Detto fatto, dal nulla salta fuori quanto richiesto, solo che il corpo non è animato e non ha neppure gli organi, come scopriranno gli uomini del Comune (perché un cadavere “è un'impresa di cui si occupa il Comune”) chiamati a indagare sul caso, capitanati da un tenente, ilarità delle ilarità specie se a leggere è un toscano (come il sottoscritto), che si chiama SERPIO (evidente storpiatura del Serpico che operava, all'epoca, proprio nella città di Fast, cioè New York). “Non sei un pervertito, Harvey... Sei solo un porco. Un grandissimo porco” gli dice la moglie, uscita intanto dalla camera, mentre con lui ammira il corpo materializzato dal nulla e lo invita a non ripulirle i seni insozzati dalla marmellata del danese che c'è caduto sopra
Il medico legale, analizzato il caso e rimasto basito, fa chiamare Serpio, che nel frattempo pregusta un encomio per aver risolto un caso di omicidio, e gli rivela che il tutto sembra essere il risultato “dell'incredibile creazione di qualche Frankenstein pasticcione”. Il fatto, dunque, non costituisce reato trattandosi, invece, di un reato impossibile. “E' morta in senso tecnico, ma non è mai stata viva!? Credo che scriverò una relazione su questo caso e la farò pubblicare in Inghilterra, perché quando si riesce a farsi pubblicare un articolo in Inghilterra, è buffo, ma tutti lo prendono sul serio.” Risultato finale? I coniugi, nel frattempo buttati in gatta buia come arresto cautelare, vengono rimandati a casa, con Serpio che non può che constatare che un poliziotto, quando riesce a mantenersi in buona saluta, ne vede di tutti i colori nella propria carriera. E i coniugi cosa fanno? Appena arrivati a casa, il marito, bello carico per aver ammirato la creatura dei suoi sogni, cerca di fare pace con la moglie, indispettita perché, dopo tutti quegli anni di matrimonio, quello che lui desidera è “una cicciona bionda alta due metri con un pettone enorme”. Allora Harvey, il marito, si affretta subito a precisare che, in realtà, quella non era proprio esattamente il tipo che aveva richiesto e...attenzione al colpo d'autore... “Neppure io sono quella che volevi realmente?”gli chiede la donna. E lui le risponde: “Eccetto te, micia” (finalone ambiguo che sembra suggerrire che anche la donna in questione sia un parto della sua mente). E così detto, l'autore chiude dicendo che “se ne andarono a letto, e bene o male si consolarono.”

Sulla stessa falsa riga è Questione di Dimensioni (A Matter of Size), mi vien da ridere pensando al “bene o male” che sta sopra. Tutto inizia con una donna che se ne sta seduta a sgranare i piselli, quando si materializza un'altra situazione paradossale, se vogliamo agli antipodi della sopramenzionata. Credendo di aver visto una mosca, la donna schiaccia con il pigliamosche un uomo alto un centimetro. Allarmata e impaurita, chiama subito il marito, che pure lavora in ambiente giuridico. Questo, dapprima preoccupato sulla sanità mentale della moglie, constata che, effettivamente, a esser stato schiacciato è proprio un uomo, per giunta nudo, ma nonostante ciò la calma subito, dicendole che quello non ha le misure tali per poter esser un uomo...”Non vedi come è piccolo...?” Dunque è un reato impossibile pure questo, ma ecco che sorge una disquisizione sui punti di vista relativi alla grandezza. Cosa è davvero grande? Quello che noi definiamo grande, in realtà, è solo una deduzione dettata dalle nostre dimensioni, dunque un giudizio relativo e non oggettivo. Alla fine viene fuori che esiste un vero e proprio esercito di questi uomini microscopici che se ne vanno in giro, come nel successivo racconto di Stephen King (a sua volta ripreso da Matheson) Campo di Battaglia, a punzecchiare i presunti “giganti e che l'unica arma per annientarli è far volare un plotone di elicotteri carichi di DTT nella notte per sganciare, da inosservati (sebbene con la confusione fatta sveglino l'intera città), il veleno. Il racconto finisce con la moglie del protagonista che ricorda allo stesso di aver letto un libro di astronomia, di tale James Dean (!?), per poi chiedere allo stesso: “Quanto siamo grandi, noi...Quanto siamo grandi?” Evidente l'ambiguo, ancora una volta, sarcasmo di Fast che gioca alla citazione nascosta da decriptare per ridacchiare sotto i baffi, andando a ribaltare il concetto fin lì anticipato. James Dean infatti, era una stella sì, ma del cinema...e Il Gigante fu il suo ultimo film prima di morire.

Interessanti almeno altri due racconti. Il primo di questi è Il Prezzo (The Price), soggetto incentrato su un uomo abituato, fin dai tempi dell'università, a comprare uomini, cariche, recensioni, giudici e tutto quanto potesse esser utile a perseguire i suoi scopi. “Si può comprare anche il diavolo se si ha di che pagarlo... Si getta l'esca nell'acqua e via...”. Nonostante il vizio e la facile corruzione, riesce a cavarsela sempre fino arrivare al punto di voler comprare Dio per poter scambiare i soldi con altri quindici anni di vita. Rivoltosi a un santone, che si presenta quale uomo a cui sono destinati i miscredenti, i perduti, i traviati e i perseguitati dal demonio, riesce, per l'ennesima volta, a conquistare quanto richiesto ma al prezzo dell'intero patrimonio. Il racconto finisce con il santone a spassarsela su uno yacht a Ischia con una sventolona mozzafiato e i soldi presi al protagonista, che commenta così l'accaduto: “Dio lavora in modo singolare.”

Esilarantisismo poi Il Cerchio (The Hoop) con uno scienziato che realizza, attraverso una serie di equazioni matematiche, un cerchio che piega lo spazio e fa sparire tutto ciò che ci vien buttato dentro. Lo scienziato non sa spiegare, tuttavia, dove vada a finire la roba., specie quando scompare un giovane studente di Philadelphia che pensa bene di saltare dentro il cerchio. La soluzione viene subito sfruttata dal “brillante” sindaco della città che pensa bene di utilizzare il marchingegno per far sparire la spazzatura pur senza interrogarsi sulle possibili conseguenze, non sapendo ancora dove vadano a finire gli oggetti scomparsi. La soluzione, inizialmente, appare geniale. Lo scienziato viene premiato in ogni dove, addirittura nominato Colonnello del Kentucky (!?). Tutti vogliono i diritti sul cerchio, tutti lo vogliono copiare. Il sindaco viene acclamato come un eroe. Intanto lo scienziato constata quanto i filosofi abbiano errato nel voler trovare una spiegazione teologica all'esistenza dell'umanità non avendo considerato, in realtà, che l'uomo altro non è che un produttore di spazzatura. Non si contano, infatti, i camion che vanno in su e in giù a gettare spazzatura. E cosa ti va a succedere? Semplicissimo, ciò che il sindaco ha pensato di far sparire ricompare dalla pancia della terra ed erutta fuori facendo crollare l'area limitrofa a Wall Street (chiaro simbolo del mercato finanziario). Come a dire che le cose sporche non si possono sotterrare...

Questi i quattro migliori racconti. Una breve panoramica anche sugli altri. Ne La Mano un uomo nota, al tramonto, affiorare a orizzonte una mano gigante che spegne letteralmente il sole. Nessuno, tranne lui, sembra essersene accorto, ma la temperatura cala in modo vertiginoso nella notte e la certezze che sorga il sole non appare più tanto scontata... Ne Giusto Motivo (Show Case) una voce sovrumana interrompe, in ogni angolo del mondo e allo stesso orario, le principali trasmissioni radiotelevisive per chiedere, firmato Il vostro Signore Iddio, una valida giustificazione per non porre termine alla vita dell'uomo sulla terra. Dopo un clima di sospetti, con tutte le nazioni che sospettano che dietro all'evento ci sia un gioco occulto di qualche superpotenza e col Vaticano che si rammarica perché il Signore non ha lasciato almeno un elogio per il loro secolare impegno nel campo religioso (“Non una parola di lode... Avete parlato al dipartimento legale?” chiede un cardinale a un collega “Certamente, dicono che la cosa rientra nei suoi diritti”), il mondo viene salvato, esattamente 33 giorni dopo il primo messaggio, da un coglione (o apparentemente tale), che vive in un mondo tutto suo a meditare e fumare canne, individuato dagli osservatori FBI impegnati a porgere a un calcolatore la soluzione del caso e con questo che fa il nome del ragazzo. E qual'è la soluzione? Semplice, la risposta a un quesito che altro non è che un quiz fatto dallo stesso Dio e che si ricollega alle sacre scritture sull'ESODO. Clamoroso il finale con questo soggetto strampalato che se la ride dicendo: “Pazzesco...”
Ne deriva l'idea di un Dio ironico, come spiega poi il protagonista del successivo racconto: “Il riso ne è la prova. Un sorriso è l'unica espressione di eternità.”

Meno riuscito Il Buco nel Pavimento in cui una pattuglia della polizia, accompagnata da un giornalista, interviene in un caso alquanto bizzarro ovvero il crollo di un pavimento che si apre, anziché sull'appartamento sottostante, su una prateria. Appartengono, invece, alla fantascienza “convenzionale” L'Uovo, Nella Mente di Dio e Cephes 5. Il primo è ambientato in un futuro post-atomico con degli scienziati che ritrovano, nei bunker sotterranei, un vecchio laboratorio di ibernazione in cui è conservato in una cella un uovo di uccello ancora rifrigerato. La notizia ha rilievo mondiale poiché i volatili si sono estinti e nessuno ne ha mai visto uno. Grazie ai macchinari si riesce a far nascere l'uccellino che alla fine viene liberato per poter così conquistare la giusta libertà. Ironia messa al bando anche negli altri due testi, in Nella Mente di Dio un gruppo di ebrei escogita una macchina del tempo atta a permetere a un sicario di ritornare al 1897 per andare a uccidere un bambino di otto anni: Adolf Hitler. Classico anche Cephes 5 dove si scopre che gli abitanti del pianeta Terra, in realtà, sono dei soggetti di altri mondi che sono stati isolati nel più remoto pianeta adatto alla vita in quanto dediti all'omicidio e alla distruzione.

Questo il contenuto di un'antologia con idee, quasi sempre, geniali, ma sviluppate non sempre a dovere. Non manca comunque l'ilarità e alla fine viene fuori un prodotto molto riuscito che regala spensieratezza e sorrisi e, penso di poter dire, centra l'obiettivo di proporre una comicità di genere intelligente e mai stupita pur se veicolata con racconti dalla portata di barzellette. Bravo Fast! Autore da rivalutare e divulgare a dovere.

La copertina originale

"Mi irrita molto, perché non so mai se mi prende in giro o no. Trovo insopportabili gli scrittori e gli artisti, e lui è il più insopportabile di tutti. Il fatto che io vada tutti i giorni in città a svolgere il mio lavoro onesto, fa di me quel che lui definisce un membro dell'Establishment, un tipo che lui giudica con ironia e superiorità. "