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mercoledì 23 maggio 2018

Recensione Narrativa: IL FU MATTIA PASCAL di Luigi Pirandello.



Autore: Luigi Pirandello.
Anno: 1904.
Genere:  Drammatico/surreale.
Editore: Mondadori.
Pagine: 224.
Prezzo: 4.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
PROSSIMAMENTE


Il Premio Nobel
LUIGI PIRANDELLO.

"La causa vera di tutti i nostri mali, di questa tristezza nostra, sai qual'è? La democrazia, mio caro, la democrazia, cioè il governo della maggioranza. Perché, quando il potere è in mano d'uno solo, quest'uno sa d'essere uno e di dover contentare molti; ma quando i molti governano, pensano soltanto a contentar se stessi, e si ha allora la tirannia più balorda e più odiosa: la tirannia mascherata da libertà."

venerdì 11 maggio 2018

Recensione Narrativa: IL MAESTRO E MARGHERITA di Michail Bulgakov.



Autore: Michail Bulgakov.
Titolo Originale: Master I Margarita.
Anno: 1940.
Genere:  Fantastico.
Editore: Einaudi.
Pagine: 448.
Prezzo: 4.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Dopo aver parlato di Moby Dick, siamo ancora una volta alle prese con un pilastro della letteratura, una vera e propria pietra miliare che ci permette di spostarci dagli Stati Uniti all'Unione Sovietica come la letteratura, a differenza di altre branche elevate a rango di ideologie guida, riesce bene a fare. Due mondi agli antipodi, due centri di potere che si sono spartiti il dominio del mondo nel corso del novecento e tuttora, in misura meno palese, persistono a farlo. Due mondi che hanno, curiosamente, anche dei tragici punti in comune con la censura di partito da una parte e il maccartismo dall'altra. Cambiano allora le visioni politiche, mutano i sistemi economici, ma non diverge l'infausto destino degli scrittori puri ovvero quelli che non fanno compromessi tra le loro idee e i dettami che vanno per le maggiore. Così come Melville, dopo i primi successi, si vide costretto ad atrofizzare il proprio estro per la censura della critica, tanto da finire vittima della sfiducia e della disillusione presto tramutatesi in una depressione tale da fargli cessare prematuramente la propria carriera di scrittore, così Bulgakov si vide affibbiare la definizione di "scrittore per il cassetto della scrivania" ovvero un autore i cui romanzi finivano inevitabilmente bloccati prima di giungere sul mercato. Le motivazioni che portarono i due scrittori a vivere l'oltraggio, se vogliamo, della non considerazione sono diverse, ma portano a conseguenze assai simili con il risultato più evidente costituito dalla "tragedia artistica" di non poter veder il proprio romanzo tramutarsi da testo semisconosciuto a opera d'arte. Una condanna che, proprio come il Pilato protagonista del romanzo nel romanzo de Il Maestro e Margherita, sarà il tempo a far crollare con tanto di interessi alla memoria.

Per tentare di comprendere Il Maestro e Margherita si deve allora prima parlare del suo autore Michail Bulgakov. Bulgakov è un esponente della borghesia benestante ucraina sotto l'egida dell'impero zarista. Cresce in una famiglia molto religiosa, il padre è addirittura un teologo, e questo fa di lui un credente tanto che poi sotto il regime stalinista, non potendosi dichiarare credente, si definirà un mistico (dall'altra parte invece c'erano i più convinti materialisti che si potrebbe concepire: gli atei). Cresce, si laurea in medicina con onore a Kiev e diviene medico. Sposa anche la linea politica anti-rivoluzionaria arruolandosi nell'armata bianca allo scoppio della rivoluzione russa. E' un convinto oppositore del nascente Stato comunista che vede come portatore di valori mendaci nonché ipocriti (di certo tutt'altro che liberali e aperti alle più disparate culture e ideologie) e rifiuterà sempre la tessera del partito. Una linea questa che, gioco forza, gli costerà la carriera, quanto meno in vita, ma lo eleverà post mortem (come un moderno stoico di filosofesca tradizione greca) quale uno dei più geniali autori satirici partoriti dalla fertile madre degli scrittori con la "s" maiuscola (quelli non graditi dai centri di potere). "I manoscritti non bruciano mai" farà affermare da Satana in persona nel suo romanzo testamentario, una frase che suona come monito ai regimi totalitari dell'epoca (non solo quello Sovietico, si ricordi il rogo del 1933 ordinato dai nazisti in Bebelplatz). Un altro modo di dire quella famosa frase "le idee sono a prova di proiettile", un concetto che detto così suona cinematografico ma di cui fu uno dei primissimi portatori proprio quel Gesù su cui prende le mosse la narrazione del romanzo qua oggetto di esame.

Dotato di una forte impronta culturale e ideologica, Bulgakov segna fin da subito il proprio destino dopo aver pubblicato La Guardia Bianca (1925), poi proposta in teatro col titolo I Giorni dei Turbin (1926), in cui caratterizza gli ufficiali bianchi (quelli contrapposti all'armata rossa), nel clou della rivoluzione, con  un piglio che cela (neppure troppo velatamente) una certa simpatia di fondo. Nonostante le ire dei critici di partito che videro in lui un dissidente, la riduzione teatrale piacque moltissimo a Stalin. Il dittatore, si narra, assistette a qualcosa come quindici rappresentazioni, nutrendo una certa simpatia per quel mite scrittore originario di Kiev che tutti tacciavano come un ribelle. "E' un uomo di grande ingegno" soleva dire Stalin che, pur non aiutandolo a superare l'impasse con la censura, non andò mai a intaccarne la vita privata, permettendogli di non subire quelle deportazioni che invece venivano garantite ad altri colleghi oppositori (si ricordano le famose "purghe" del 1937 che portarono all'uccisione di svariati scrittori). Si insinua tuttavia qui il seme germinale che porterà all'ideazione e perfezionamento de Il Maestro e Margherita. Boicottato continuamente dalla censura, costretto a vedere i propri romanzi respinti dagli editori (molti usciranno postumi) perché contrari alla linea di partito, Bulgakov utilizzerà lo strumento della scrittura creativa nonché la grande passione per il genere fantastico (lo possiamo definire l'erede di Gogol) per dar sfogo alla propria critica. Il Maestro e Margherita, romanzo completato poche settimane prima di morire dopo una lunghissima gestazione, è il prodotto nonché l'apice di questo approccio.


I bizzarri elementi del gruppo diabolico
giunto a Mosca.

Non è intenzione di questo recensore sciorinare la sinossi del romanzo, così famoso da aver ricevuto ampie trattazioni. Optiamo invece per un tentativo di decifrazione di quello che è, solo in apparenza, un romanzo fantastico con elementi propri della tradizione folkloristica legata a tematiche diabolico-stregonesche.
Testo complesso, non troppo lineare e infarcito da una lunga serie di personaggi che non rendono sempre troppo agevole la lettura. Bulgakov lo struttura in 33 capitoli, tanti quanti gli anni di Cristo, e lo sviluppa su un doppio binario che propone lo stilema del romanzo nel romanzo. Una soluzione che alla fine vedrà le due tracce incontrarsi con una tematica di fondo che è, dal punto di vista filosofico, la medesima: la stupidità della censura e la caducità di un reiterato, oltre al diabolico, approccio materialistico ("è gente normale, ama il denaro, ma è sempre stato così. L'umanità ama il denaro") che è invece subordinato a uno spirituale.
Tutto ha inizio nella Mosca degli anni '30 con una dissertazione, di due membri del Massolit (una delle più importanti associazioni letterarie russe) che si vantano di dichiararsi atei, in cui si cerca di dimostrare la non esistenza storica di Gesù. "Tutti i racconti su di lui sono pure invenzioni e banalissimi miti" afferma l'arrogante presidente del Massolit, cercando di correggere l'impostazione di un suo associato. Un atteggiamento che intenderebbe superare tutte le singole religioni inventandone una nuova ovvero l'esistenza del "non dio", un approccio negazionistico (ben diverso dall'agnostico), ad avviso di questo recensore, più assurdo di chi ha un'impronta fideistica radicale. Come si fa del resto a dimostrare l'esistenza di una non esistenza?  Dunque un'azione di censura, di revisionismo storico, operata dagli intellettuali russi, in linea con i dettami impartiti dal sistema politico dell'epoca (che sovrappone la realtà tangibile all'intangibile, negando del tutto quest'ultima fino al paradosso). Un sistema che, per tutto il corso del romanzo, cercherà continuamente di razionalizzare l'irrazionale in una cecità, figlia della disonestà intellettuale, che pur di dimostrare l'assunto di partenza arriverà a negare l'evidenza dei fatti. "Noi tutti sappiamo che la magia nera non esiste, che non è altro che superstizione... come si vedrà nella parte più interessante cioè quando questa tecnica verrà smascherata". Questo si continua a dire per tutto il corso delle mirabolanti avventure che gettano nel caos Mosca. E alla fine cosa verrà smascherata...? Semplice, l'incapacità di far fronte all'ignoto. Bellissimo il finale in cui si tireranno in ballo l'ipnosi collettiva e altre assurde argomentazioni pur di giustificare fatti altrimenti incomprensibili per la scienza del periodo. Un approccio disonesto fin dalla partenza, per lo scartare a priori una visione superiore ovvero quell'ascetica, cioè la dimostrazione da scongiurare come il demonio, evidentemente. Sarà Satana in persona, attirato da questa conversazione e in occasionale (per Bulgakov strumentale, oserei dire) pellegrinaggio in Russia, a dileggiare i due convinti assertori di una realtà oggettiva che tale, evidentemente, non può essere. Attenzione però a non cadere nel pregiudizio. Il Satana di Bulgakov non è il principe del male come si è solito pensare. certo ha un certo gusto per i peccati e ama organizzare sabba e gran balli in cui vien dato spazio ai dannati, ma non è così diabolico e crudele come sarebbe comprensibile attendersi. E' piuttosto un pestifero manovratore di marionette che guida un gruppo di sgangherati e simpatici collaboratori (tra cui un gatto umanizzato che è una sorta di bugiardo cabarettista dedito a freddure), dagli improbabili nomi che rimandano a quelli biblici (tipo Azazello), capaci di muoversi in una realtà per loro manipolabile a piacimento, dimostrando l'arroganza e la stupidità di chi vorrebbe ergersi a depositario di un'unica e immutabile verità. Un approccio, se vogliamo, sofista, come infatti verrà definito a fine romanzo Satana da Levi Matteo (il biografo ufficiale di Gesù, nel romanzo contenuto nel testo), ma che ben smonta l'approccio ateo e iper razionale portato avanti dagli uomini dello stato sovietico. 
"Penetravano in un labirinto in cui solo una persona coltissima può penetrare senza il rischio di rompersi il collo" così scrive Bulgakov, parlando dei due membri del Massolit convinti di poter trattare il trascendente con il tipico approccio dei materialisti. Un monito che produrrà subito i suoi effetti sotto l'azione di Satana, che si presenta ai due quale un professore tedesco esperto di magia nera e profetizza quello che accadrà di lì a poco con la tecnica propria dell'oracolo ovvero di colui che fornisce dettagli che solo dopo, a giochi fatti, emergono in tutta la loro valenza premonitoria. 

Ecco che Satana inizia a vagare per Mosca, denudando (nel vero senso della parola, attenzione) gli uomini con una serie di trucchi e spettacoli magici (davvero esilarante la rappresentazione in un teatro moscovita). Mette a nudo le debolezze umane, l'attaccamento al denaro, agli oggetti e al culto dell'apparenza, ma anche i tradimenti amorosi e l'attitudine al furto. Bulgakov vuol dimostrare quanto la rivoluzione russa non abbia per niente cambiato l'animo umano (persistono a esistere le associazioni snob dove si accede solo se muniti di tessera o vestiti in modo consono, sono quelli che appartengono a questi gruppi, per il sistema, i veri scrittori e non coloro che stanno fuori dai salotti), anzi lo ha fatto regredire cercando di imporre una visione del mondo che non è quella reale ma solo quella utile al sistema. Una vera e propria illusione, tale e quale a quelle che Satana mostra ai moscoviti convinti di avere per le mani quanto dallo stesso detto (ovvero una grande ricchezza), salvo poi scoprire poco dopo di avere tutt'altro ovvero il nulla commutato da qualcosa che era, di sicuro, di valore superiore.
In questo, a mio avviso, assume valenza il romanzo di Ponzio Pilato che Satana introduce a inizio romanzo, presentandolo quale contenuto di una visione ipnotica in cui cadono i due membri del Massolit, per poi scoprire essere parte integrante di un romanzo vero e proprio scritto da un personaggio, il Maestro, che i lettori troveranno qualche pagina dopo. Un soggetto quest'ultimo da considerarsi quale rappresentazione di quello che dovrebbe essere il vero scrittore. Non il mansueto uomo di partito che frequenta i salotti vip dove si mangiano cibi prelibati e si guarda chi ha il vestito più bello (ovviamente gli uomini di Satana faranno tabula rasa anche in questi luoghi), bensì colui che è spinto da qualcosa che gli nasce dall'interno. Il Maestro è, a suo modo e con le dovute proporzioni, un moderno Gesù, ma è soprattutto il prototipo in cui si può ben riconoscere lo stesso Bulgakov. Come lui ha bruciato il proprio romanzo, dopo che ha subito l'onta dell'ingiusta critica che lo ha bocciato a priori perché non in linea con i suoi principi. Sarà Satana a far riapparire, per magia, quanto scritto e a valutare la sua opera per il reale valore che ha. Non solo, sarà letta anche da Dio e da Gesù. Poco importa allora la stupida messa al bando orchestrata dai critici per aver osato parlare di Gesù come di un uomo veramente esistito in un contesto storico-sociale che rinnega la religione. Poco importa se questo personaggio, negato a priori, sia colui che può ben definirsi, così come ha titolato qualcuno, "il primo vero comunista della storia". Siamo dunque al paradosso, uno di quelli per cui andava a nozze Gogol. Un messaggio pericoloso questo per coloro che preferiscono tenere sotto l'ignoranza il proprio popolo, così da poterlo manovrare a piacimento (come farà pedissequamente Satana al cospetto di chi crede che il trascendente e la magia abbiano spiegazioni razionali). "Il miglior governo è quello che attiva l'intelligenza delle persone" scrisse un poeta americano poi finito internato, pure lui come i personaggi di Bulgakov, in manicomio, perché non schierato con le idee dello stato di appartenenza. Vedete dunque come letteratura e realtà storica si intrecciano in modo così forte da confondersi tra loro.
Gesù diviene allora l'emblema del filosofo ammonitore, di colui che cerca la verità contro ogni forma di repressione e sistema politico, in un'ottica utopica da vero e proprio sogno anarchico inteso con la "A" maiuscola (e non quello dove ognuno fa cosa gli pare). "Ogni potere è violenza sull'uomo... Verrà un tempo in cui non vi saranno più poteri, né Cesari, né qualsiasi altra autorità. L'uomo giungerà al regno della verità e della giustizia, dove non occorrà alcun potere" afferma Gesù al cospetto di un esterreffato Ponzio Pilato, che se lo ritrova tra i piedi perché accusato da coloro che si ritengono gli unici depositari della verità indiscussa ovvero l'uomini del Tempio (vedete cosa succede con la storia? Si ripete, come allora a Gerusalemme così nel 1930 a Mosca). Gesù incarna l'antesignano dell'artista, di colui che è disposto a pagare con la vita per far sì che la propria parola non venga cancellata e si possa tramandare nei secoli, perché forte di una filosofia di fondo e perché "i manoscritti non bruciano". Diviene allora interessante che sia proprio Satana a ergersi a difensore in un contesto che, invece, dovrebbe esser a lui favorevole. Si suol dire che "la più grande astuzia del diavolo è farci credere che non esiste". Bulgakov sembra pensarla diversamente. Il suo Satana è, a suo modo, un filantropo, è una parte integrante di un sistema complesso che può esistere proprio perché lui stesso ne funge da collante. E' lui stesso a dirlo al profeta più prossimo a Gesù, che ne è in diretta comunicazione e ne determina persino l'azione (tra i due sembra quindi esserci una reciproca collaborazione). Lo vediamo all'epilogo quando dice: "Che cosa farebbe il tuo bene, se non esistesse il male? E come apparirebbe la terra, se ne sparissero le ombre? Le ombre provengono dagli uomini e dalle cose... Vuoi far scomparire tutto il globo terrestre, portandogli via tutti gli alberi e tutto quanto c'è di vivo per il tuo capriccio di goderti la luce nuda? Sei uno sciocco." Una visone da poli opposti che si attraggono come condizione essenziale per far si che l'uomo possa continuare nella sua lunga avventura verso il trascendente ovvero verso l'elevazione dal rango di semplice animale per la conquista dei cieli. E' nell'altrove l'affermazione dell'uomo, non sulla Terra, un luogo creato per permettere quella maturazione tale da intraprendere quel cammino spirituale che qualcuno voleva percorrere con quella famosa torre la cui costruzione (materiale) portò, per ira divina, alla nascita delle diverse lingue e allo smarrimento dell'uomo. 


Il GRAN BALLO DI SATANA
con i dannati che rendono omaggio
a MARGHERITA la valletta di casa Satana.

Ecco allora che vediamo Satana (il depositario di tutte le tentazioni e passioni umane) sotto un'ottica umanistica, che premia chi riesce, a suo modo, a conquistargli il cuore, vuoi per l'amore di una persona (l'adultera Margherita che contrae con lui un faustiano patto, tramutandosi in strega con tanto di scopa volante, per riavere tra le braccia il perduto amore) vuoi per la pura e reale passione nutrita per una certa cosa (il Maestro, impazzito per aver visto fallire ingiustamente il sogno di tramutarsi in scrittore affermato). Satana premia alcuni, ma condanna anche altri: coloro che sono attaccati alle cose deteriorabili, quali la bellezza fisica o gli oggetti, ma soprattutto coloro che non hanno l'elasticità mentale per resistere alla sgretolazione delle supposte realtà incrollabili. Per questi non c'è destino diverso che del manicomio. La pazzia è la risposta dello stato materialista al cospetto di fatti non spiegabili dalla ragione. Non è possibile ammettere di aver sbagliato o di esser sull'erronea via, si nega l'evidenza e si mette al rogo, proprio come facevano i cattolici ai tempi di Galileo, coloro che affermano il contrario. L'ottusità del potere non si scopre certo con Bulgakov.
Ecco allora che chi è guidato da fini diversi da quelli ipocriti dell'apparire o di volersi addentrare in contesti non spiegabili dalla ragione con l'arroganza di dimostrare l'indimostrabile viene, a suo modo, premiato. E come viene premiato? Semplice, con la trascendenza. Con la liberazione dalle catene dei sentimenti negativi che inducono a quella depressione anticamera della morte. Così Margherita supera la tristezza dell'abbandono, così il Maestro supera la pazzia di sentirsi un inetto e così Ponzio Pilato, confinato in uno spazio oscuro dell'aldilà, riesce a vincere il rimorso di aver fatto condannare un qualcuno che, fin dall'inizio, non aveva ritenuto meritevole del supplizio, ma che si è trovato costretto a condannare per la vile sottomissione alle istruzioni gerarchiche che arrivano dall'alto ("tra i vizi umani il vizio peggiore è la codardia"). Satana diviene così lo strumento in mano a Dio per decidere le sorti degli uomini. 
Dorfles scrive: "Il Satana di Bulgakov è ironico e intelligente, le classi dirigenti russe invece sono stupide e ottuse... Satana mette alla berlina tutto il sistema di potere moscovita per dimostrare che l'uomo nuovo, che il comunismo si è vantato di aver costruito non solo non c'era, ma era ugualmente stupido e corrotto come quello vecchio."

Da un punto di vista superficiale il romanzo è un fantastico grottesco puro che rievoca le leggende dell'antiche streghe, ma fa questo sotto un'ottica satirica di critica socio-politica. Si assiste così al volo di una giovane ragazza nuda che, a cavallo di una scopa e dopo essersi spalmata su tutto il corpo un unguento diabolico, ringiovanisce e spicca il volo, inebriata dall'onnipotenza delle creature dell'altrove. Lei ora crede al trascendente, perché ha visto con i propri occhi e si è addentrata oltre il sipario che rende cieca la vista dei comuni mortali. Bulgakov anticipa la visione di google-map con Satana che assiste alle vicende del mondo su un globo touch screen in cui ingigantisce la visione per seguire in diretta una guerra o vedere cosa combinano dall'altra parte del mondo. E poi ancora si assiste a visioni narrate con una potenza descrittiva ed evocativa strepitosa. Spiccato anche il background erotico. Bulgakov impreziosisce la sua opera con una marcata impronta onirica che attacca il lettore alle pagine, anche se non riesce sempre a tenere alto il ritmo. Spettacolare, specie per i dialoghi, la parte con Ponzio Pilato che raggiunge il suo apice nel trascendente epilogo in cui i protagonisti lasciano il mondo materiale e ascendono laggiù dove nessun autorità può inibire la verità. Lassù dove si trova, o almeno dovrebbe, il vero e unico Regno dell'uomo liberato dalla corruzione del denaro e del potere: il Regno di Dio.


MICHAIL BULGAKOV.

"Uno come lui non ha bisogno di spingere! Può giocarti certi tiri, quello, che ti lasciano a bocca aperta! Sapeva in anticipo che Berlioz sarebbe finito sotto il tram!"

lunedì 30 aprile 2018

Recensione Narrativa: MOBY DICK di Herman Melville.



Autore: Herman Melville.
Titolo OriginaleThe White Whale.
Anno: 1851.
Genere:  Avventura.
Editore: Dalai Editore.
Pagine: 576.
Prezzo: 9.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Pietra miliare della letteratura statunitense dell'ottocento, addirittura considerato, insieme a La Lettera Scarlatta (1850) di Nathaniel Hawthorne, il romanzo fondante di una nuova letteratura americana, la c.d. american renaissance. Iniziato a scrivere nel 1847, ultimato quattro anni dopo, The White Whale segna l'apice creativo (non quello economico) toccato dalla penna di Herman Melville che lo inizia a scrivere, giovanissimo, all'età di ventinove anni.
The White Whale è frutto delle conoscenze maturate direttamente dall'autore, un appertenente dell'alta borghesia statunitense decaduto a causa del fallimento del padre tanto da doversi imbarcare su mercantili e baleniere per sbarcare il lunario. Uomo dedito all'avventura, il newyorkese Melville alternava la professione di insegnante a quella di marinaio. Il romanzo qui oggetto di esame è l'opera che lo renderà (a sua insaputa, come tutti i grandi artisti) immortale ma che al tempo, pur se apprezzata da alcuni recensori inglesi, ne decretò l'improvvisa bocciatura fino a portarlo, sei anni dopo, a cessare l'attività di narratore. Bollato quale libro "astruso e assurdo" fu infine definito "la creazione di un pazzo". Opinioni non condivise dagli attuali critici, ma che furono confermate dal clamoroso insuccesso popolare. The White Whale finì infatti presto fuori pubblicazione con appena 3.200 copie vendute in quarant'anni (a momenti hanno venduto di più i miei manuali sul cinema western italiano, ndr).
Deluso dal trattamento ricevuto, Melville finì con lo sfiduciarsi, rununciando alla scrittura per vivere alle spalle del suocero, autorevole giudice nel Massachussets. Solo dopo quasi un secolo, nel 1921, il romanzo fu rilanciato grazie a una biografia di Raymond Weaver che lo riportò in auge, facendo di Moby Dick una creatura capace di sconfinare dal romanzo per penetrare nella leggenda, grazie anche al contributo del cinema, con quattro film in trent'anni di cui l'ultimo, del 1956, con Gregory Peck protagonista.
Tradotto per la prima volta in Italia solo nel 1930, per mano di Cesare Pavese, fu pubblicato due anni dopo grazie all'editore Frassinelli diventando presto un classico.

L'opera prende le mosse, oltre dalle esperienze personali di Melville, da due fatti di cronaca che portarono l'autore a concepire il volume. Nel 1820 una baleniera di Nantucket, medesima località da cui partono i protagonisti del romanzo, fu affondata da un capodoglio in Sud America. Da qui viene dunque l'idea dell'affondamento della baleniera sotto i colpi inferti da un cetaceo, mentre l'idea della balena bianca deriva da un articolo scritto nel 1839 su una rivista letteraria statunitense (The Knickerbocker) in cui un esploratore raccontava dell'uccisione, a largo dell'isola di Mocha (Cile), di un capodoglio albino denominato Mocha Dick, che vagava per le acque con più di venti ramponi conficcati sulla schiena (stessa cosa si legge nel romanzo di Melville, cambia solo la location). Evidenti dunque le basi della creazione del romanzo in questione, in un realismo che cozza in modo evidente con l'atmosfera apocalittica e religiosa costruita dall'autore.

Raffigurazione dello scontro finale.
MOBY DICK distrugge
le tre lance mandategli contro da Achab.

Moby Dick è il tributo di Melville alla baleneria, un saggio che usa la struttura del romanzo per celare in sé stesso una vera e propria opera enciclopedica. Considerato nella visione massmediatica un libro per ragazzi (idea folle, ndr), l'opera di Melville è in realtà un complessissimo elaborato che miscela zoologia, antropologia e sociologia alla pura avventura, il tutto sotto il filtro di un elaboratissimo stile che offre citazioni continue in un intreccio dove l'allegoria, la religione e la filosofia vengono ad acquisire carattere preminente. Ecco quindi che il canovaccio della caccia alla balena definita da qualcuno immortale e che, in passato, ha tranciato la gamba al capitano Achab diviene un mero pretesto. Un leit motiv che spinge all'azione Achab, un uomo che ha nella vendetta la sua unica ragione di vita (poco gli importa della moglie e del figlio che ha a casa, così come poco gli importa degli interessi del datore di lavoro che gli ha affidato la nave). Un'ossessione che gli inibisce il sonno, lo rende preda di incubi, fino a trasformarlo in un uomo cieco ed egoistico ("Non mi parlare di blasfemia; colpirei il sole se mi offendesse..."). Achab è pertanto il combustibile che permette alla macchina libro di procedere nel viaggio, ma non è il fine ultimo dell'opera dello scrittore. Melville, come abbiamo accennato, non è interessato alla storia in sé e per sé, ma punta a realizzare un saggio a difesa della baleneria, sottolineandone i pregi (e anche difetti) e l'importanza (viene vista come professione pionieristica rispetto alle esplorazioni di conquista dei nuovi confini territoriali), per poi andare a parlare dell'animo umano e di quanto certi sentimenti, quali il desiderio della vendetta, rendano ciechi gli uomini consumandoli dall'interno fino a condurli a un'inevitabile morte preceduta dal delirio di onnipotenza. Ecco allora che lo scontro tra l'uomo e la natura si carica di significati ben precisi, va oltre alla mera descrizione dei fatti per ascendere allo scontro dell'uomo con i mali del mondo. Moby Dick diviene un simbolo, assurge a emblema del male da esorcizzare e sconfiggere per illudersi di liberarsi dal peccato originale che macchia l'uomo. Dico illudersi perché dalla lettura del romanzo traspare una visione pessimista che non ammette redenzione, quasi come se l'uomo dovesse accontentarsi del proprio stato così da ridurre gli effetti negativi che potrebbero derivargli dal voler condurre una guerra che non può vincere. "La balena bianca gli nuotava davanti agli occhi come l'incarnazione ossessiva di tutte quelle forze del male da cui certi uomini profondi si sentono azzardare nel proprio intimo, finché si riducono a vivere con mezzo cuore e mezzo polmone." Ecco quindi che lo scontro fisico, a cui il romanzo prepara per tutto il suo corso, diviene un qualcosa di indispensabile per poter chiudere il romanzo ma, al tempo stesso, marginale. Non a caso, su oltre 570 pagine di romanzo, i tre giorni che vedono la baleniera Pequod di Achab lottare contro il fantomatico capodoglio bianco (Melville regala un capitolo dove parla del colore bianco in un'esplicita valenza simbolico-metaforica) vengono descritti in sole trentacinque pagine. Vien da se, pertanto, quanto sia residuale ai fini dell'analisi del testo la caccia alla balena bianca. Quest'ultima è il motore che spinge all'azione, ma non è il vero tema del romanzo che, lo ripetiamo ancora, è uno studio dell'animo umano e, prima ancora, della professione di baleniere. "Tutto ciò che volevano era una crociera vantaggiosa, un utile da contarsi in dollari di zecca. Ciò che voleva Achab era una vendetta temeraria, spietata, ultraterrena."

Piero Dorfles ha scritto che "Moby Dick non è un libro solo, ma ne contiene una dozzina. E' una raccolta di note etimologiche sul termine balena, un citazionario sui cetacei, una ricerca antropologica sulla vita dei balenieri, un ampio resoconto sui costumi dei puritani della Nuova Inghilterra, un testo scientifico di zoologia dei cetacei, un manuale di caccia alla balena, una raccolta di informazioni sulle parti commestibili dei capodogli e sul modo di cucinarle, una riflessione sul valore simbolico del leviatano, un'estesa casistica dei racconti avventurosi che si scambiano gli uomini di mare, un'indagine filosofica sul rapporto tra il caso, la necessità e il libero arbitrio, una sacra rappresentazione del modo in cui la natura esprime la collera divina e un testo di psichiatria sulla patologia ossessiva di Achab". Potete dunque capire che tipo di testo possa contenere tutte queste diverse sfaccettature. Un libro voluminoso, pieno zeppo di digressioni, che alterna capitoli di narrato ad altri puramente descrittivi e nozionistici che interrompono di continuo il ritmo. Melville opera questa scelta, e lo dichiara apertamente nel testo, per immergere il lettore nella realtà della baleneria, ma così facendo appesantisce in modo massiccio la lettura. Non c'è da meravigliarsi se in origine il volume fu un flop commerciale. Ci sono delle parti che diventano difficilmente digeribili anche perché viene a mancare la fluidità. Melville è dotato di eccezionale potenza evocativa, riesce a regalare strepitose immagini visionarie eppure, allo stesso tempo, costringe il lettore a sospendere la lettura della narrazione per somministrargli pagine e pagine in cui si parla di come si macellano le balene piuttosto delle varie tipologie di cetacei (dissertazione, peraltro, sul quesito se una balena sia o meno un pesce) o di cosa comporta scegliere il lavoro di baleniere piuttosto che uno terrestre. Ne deriva un romanzo che, pur nella sua lentezza, parte bene, grazie anche a una serie di passaggi e di dialoghi da cui è possibile estrapolare indovinati aforismi ("il peccato che paga può viaggiare liberamente e senza passaporto, mentre la virtù, se povera, viene fermata a ogni frontiera"), per arenarsi nella parte centrale e smuoversi dalle sabbie mobili solo nelle ultime cinquanta pagine. Dopo aver caratterizzato magnificamente i vari protagonisti, eccezionale la descrizione di un Achab "alla testa di una ciurma fatta soprattutto di bastardi rinnegati, di reprobi e di cannibali" tra cui il maori Queequeg (bella la parte in cui Melville supera la religione in favore di un Dio universale e comune tra tutti i credi), il romanzo procede in un estenuante viaggio dal Nord America al Giappone, circumnavigando il Capo di Buona Speranza, tra scambi di informazioni tra imbarcazioni, caccia a balene varie e bufere fino all'attesissimo quanto sbrigativo scontro finale. Achab è una sorta di mosca bianca, insieme ai suoi tre ufficiali, immerso in un microcosmo di reietti guerriglieri (anche se non mancano i vigliacchi di turno) che si sacrificano pur di eseguirne gli ordini alla stregua di spettatori ipnotizzati dal carisma di un mago. "Achab è un fuori classe, Achab è stato all'università oltre che in mezzo ai cannibali, ed è abituato a cose più serie e spettacolose che le ondate, ed ha piantato quella sua lancia furiosa dentro nemici più forti e più straordinarie delle balene." Achab diviene il prototipo di capitano superbo e austero che sarà preso da modello da altri successivi narratori, tra questi non si può non menzionare Peter Benchley che costruirà su di lui, non solo per la medesima morte (diversa nel film di Spielberg), il Quint de Lo Squalo (1974). Basti vedere la parte del romanzo in cui Achab punta un moschetto contro il suo secondo (l'uomo che rappresenta la parte razionale del Pequod e che cerca di farlo ragionare) che vorrebbe convincerlo a tornare indietro e a rinunciare alla caccia (si pensi alla scena con Shaw, omonimo peraltro della moglie di Melville, che spacca la radio di bordo e respinge ogni invito di Roy Scheider relativo alla necessità di una barca più grande). Grandissimi momenti, tenuti in alto dal carisma di questo personaggio ma che hanno delle immediate cadute non appena Melville si interessa di altro. Ecco che il ritmo diviene molto altalenante e non si contano i tempi morti, anche la narrazione cambia in continuazione, da un Io narrante alla terza persona.

Che dire alla fine? Si tratta indubbiamente di un romanzo da leggere, vuoi per cultura personale vuoi per il valore che gli è stato attribuito nell'ambito della grande letteratura. Un testo che, probabilmente, si dovrebbe leggere più di una volta per trovare tutte le sfumature di cui si rende messaggero. Non posso, tuttavia, non sottolineare quanto non si tratti di una lettura agevole, penalizzata dal tentativo di Melville di trasformarla in un qualcosa di sospeso tra il saggio e il romanzo classico. Sconsigliato di certo a chi sia in cerca di letture veloci e a chi sia ai primi approcci con la lettura. Per quest'ultima ragione non lo ritengo affatto un volume per ragazzi, bensì un qualcosa di molto profondo su cui ragionare con svariati passaggi filosofici da applausi, primi tra tutti le riflessioni religiose, tutt'ora moderne, di inizio romanzo. Eccone un esempio:

"Allora cos'è il culto? Fare la volontà di Dio. Questo vuol dire culto. E che cos'è la volontà di Dio? Fare agli altri quello che mi piacerebbe avere fatto dagli altri, questa è la volontà di Dio... Non ho niente da dire contro la religione di nessuno, qualunque sia, fintanto che questa persona non si metta ad ammazzare e insultare nessun altro perché quest'altro individuo non ci crede pure lui. Ma quando la religione di un uomo diviene pazzia autentica, quando si trasforma in vera e propria tortura, allora mi pare proprio il momento di prendere a parte quell'individuo e farsi una piccola discussione... Mi riferivo a quella vecchia Chiesa Cattolica a cui appartiene ogni figlio di donna e ogni anima viva, la grande e sempiterna prima congrega di tutto questo mondo di Dio. A essa apparteniamo tutti, anche se qualcuno di noi coltiva qualche ghiribizzo che però non tocca affatto la fede generale. E in quest'ultima ci diamo tutti la mano." Passaggi questi ultimi che fanno di Moby Dick, come si può facilmente desumere, un'opera con dei picchi di estremo valore letterario e su cui tutti quanti, in quest'epoca di terrorismo parareligioso, dovremmo riflettere.

HERMAN MELVILLE.

"Dichiararono guerra eterna alla più potente massa animata che sia sopravvissuta al diluvio, la più mostruosa, la più simile a una montagna. Quell'Himalaya di un mastodonte d'acqua salata che è dotato di tale incredibile forza incosciente, che persino i suoi momenti di panico vanno temuti più dei suoi assalti più audaci e maliziosi."

domenica 22 aprile 2018

Recensione Narrativa: CELL di Stephen King.




Autore: Stephen King.
Titolo Originale: Cell.
Anno: 2006.
Genere:  Horror/Fantascienza Post Apocalittica.
Editore: Sperling & Kupfer.
Pagine: 516.
Prezzo: 19.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
La normalità è un concetto legato alla maggioranza, rappresenta una qualità comune di molti uomini, non di uno solo... Sono io quello anormale“ in questi termini si esprimeva il protagonista de Io Sono Leggenda (1954) di Richard Matheson ed è da questo concetto che riparte King con questo suo nuovo romanzo, Cell, che possiamo definire tra i più derivativi della sua intera produzione.
Cell esce nel 2006 dopo che lo scrittore aveva manifestato la propria volontà di ritirarsi e si era definito a corto di idee avvolto dalle sabbie mobili che, in gergo, vengon definite con il termine di blocco dello scrittore. L'opera qui oggetto di esame, pur se snella e di gradevole lettura, non fa altro che confermare questo periodo di stanca e di scarsa vena creativa della prolifica penna dell'orrore.
Lo scrittore del Maine torna sulle tematiche già affrontate nel ben più voluminoso The Stand ovvero L'Ombra dello Scorpione (1978) per proporre l'avventura di un piccolo manipolo di sopravvissuti a un evento che ha sconvolto, da un minuto all'altro, l'intera umanità, dando avvio a un'apocalisse. L'orrore, come piace a King, irrompe nella quotidianità e lo fa in modo violento e immediato, senza preamboli di sorta. Se con L'Ombra dello Scorpione King aveva utilizzato l'idea di un virus aggressivo e mutevole sfuggito di mano ai militari, qua propone un impulso diffuso dai cellulari che cancella o, per meglio dire, riprogramma istantaneamente la mente di chi lo ascolta. "E' rimasto solo il nucleo e il nucleo è costituito da pura aggressività, perché noi non siamo affatto Homo Sapiens. Il nostro nocciolo è la follia e la direttiva primaria è l'omicidio" afferma uno dei protagonisti, riprendendo lo storico concetto di Hobbes che va sotto la frase homo homini lupus, per spiegare la bestialità dei contaminati.
Nel corso del romanzo non viene spiegato chi sia stato l'autore di questo esperimento o chi abbia mandato l'impulso, ci si limita a congetture e supposizioni. Interessante, al riguardo, la pista terroristica, tema di moda dopo il 9/11 (ovvero l'undici settembre del 2001) che guarda caso è anche il numero che, una volta scoppiata l'apocalisse, viene digitato sui cellulari dai c.d. contaminati per infettare i sopravvissuti e trasformarli in loro fratelli.
Ciò che rende Cell assai simile a The Stand sono le conseguenze che si innescano e che portano alla formazione di due gruppi, per effetto di messaggi telepatici e sogni che indirizzano i sopravvissuti in una zona determinata dove si sono radunati anche i contaminati. L'America piomba di nuovo nel caos e nella paura (a differenza di The Stand, a inizio romanzo, King dice che quello che si legge avviene anche nel resto del mondo). In Cell questo avviene in modo immediato e non progressivamente, tanto che le prime cinquanta pagine sono a dir poco pirotecniche. La storia si sviluppa in un arco temporale inferiore al mese e nel giro di poche ore le città, a partire da Boston (dove inizia il romanzo), vengono consumate da fiamme, esplosioni e omicidi con le strade otturate da chilometrici ingorghi di auto abbandonate, tra morti e persone che si comportano alla stregua di veri e propri zombi pur non essendo morti viventi, ma creature impazzite regredite allo stato animale (va da se che il loro morso non trasmette la malattia).
E' in questo contesto che un gruppo di sopravvissuti, le solitissime e banali persone costrette a vestire i panni degli eroi con tanto di donne e bambini al seguito, viene a muoversi guidato dall'istinto della sopravvivenza in un pellegrinaggio per le strade americane. "L'istinto di sopravvivenza è come l'amore: sono ciechi entrambi."

Se ne L'Ombra dello Scorpione era presente uno dei più famosi villain nati dalla penna di King (Randall Flagg), qua c'è un vero e proprio uomo nero (di colore di pelle, mi ha ricordato il protagonista de La Terra dei Morti Viventi di Romero) che viene chiamato ironicamente, per le ferite che ha sul volto, il Frastagliato o Harvard (per la scritta sulla felpa di colore rosso che indossa). Le differenze tra i due personaggi sono marcatissime, ma il ruolo che ricoprono è pressoché lo stesso. Entrambi sono accomunati dal ruolo di pastori, di guida del gregge perduto. Ma mentre Flagg agiva con l'azione del convincimento dando modo ai vari personaggi di decidere da quale parte schierarsi, il Frastagliato è un mero rappresentante di coloro che hanno subito l'impulso e che hanno così perso ogni facoltà di arbitrio diventando parte di qualcosa di più ampio. E', se vogliamo, un catalizzatore che dirige mentalmente tutti gli altri alla stregua di un uccello che guida uno stormo di suoi simili nella volta celeste. Non a caso è lo stesso King a definire "stormo" il gruppo degli infettati ovvero un complesso di soggetti che, pur avendo perduto le funzionalità che distinguono un uomo da un animale, hanno sviluppato e attivato un'altra parte del cervello che permette loro di usufruire di poteri paranormali. L'impulso cancella il cervello e aziona qualcosa di atavico e dormiente.

La prima copertina del romanzo.

Si entra qua in un altro campo specifico della narrativa di King, fin dal suo debutto con Carrie per proseguire con Shining, La Zona Morta, Il Miglio Verde e così via, si entra cioè nel mondo dei poteri parapsicologici. I contaminati, definiti nel testo i cellulati, hanno acquisito poteri telepatici, riuscendo a comunicare a distanza tra loro, ma soprattutto hanno sviluppato una mente collettiva che permette a ognuno di loro di condividere immagini e sensazioni proprio come una serie di computer collegati da una rete di comunicazione. Non solo, riescono anche a leggere il pensiero di coloro che non sono stati colpiti dall'impulso e persino a levitare e trasmettere le loro visioni ai non infettati agendo nel sogno e guidandone l'azione dopo aver annullato le resistenze mentali degli stessi. Insomma, siamo alle prese con un classico soggetto kinghiano. Pensate a esempio alla c.d. spinta con cui il padre della piccola protagonista de L'incendiaria costringeva gli altri a esaudire i propri ordini. Proprio come Randall Flagg, il Frastagliato entra nel mondo onirico dei civili non contaminati e diviene protagonista di sogni che sono gli stessi per ogni persona e che fanno capo a uno sperduto posto nel Nord America. Una trovata che, ai lettore della penna del Maine, non può che far riaffiorare in modo marcato L'Ombra dello Scorpione.

Dunque possiamo definire Cell un cugino non troppo alla lontana di The Stand, da cui si differenzia per un ritmo più sollecito con azione pressoché costante, forse anche con minori ingenuità di fondo, ma anche per delle caratterizzazioni dei personaggi assai meno sviluppate e una struttura meno corale. Mi spiego meglio. In Cell non si assiste a evoluzioni comportamentali dei vari soggetti e non c'è un discorso funzionale a ricreare una nuova società. Li vediamo partire uniti e così finiscono, salvo fisiologiche e cattivissime perdite (non faccio spoiler ma c'è una morte davvero crudele che assume la consistenza di un pugno nello stomaco del lettore). Non ci sono quei "cambi di casacca" o scontri e tradimenti che invece emergono nell'altro romanzo e ciò tende ad appiattire il tutto. Ne deriva un taglio di maggiore presa commerciale, ma assai meno interessante. King avrebbe dovuto, a mio modesto parere, giocare sulla rilevanza sociale che ha acquisito il cellulare nella nostra società. Avrebbe potuto lavorare sull'impatto dissociativo che lo stesso provoca, allontanando (paradossalmente) gli uomini (da un punto di vista fisico) e sostituendo la comunicazione faccia a faccia con quella fatta da messaggini e foto. Oppure avrebbe potuto trattare il fenomeno che attualmente viene definito col termine smart-zombie ovvero quello caratterizzato dalla presenza di giovani che camminano per la strada con lo sguardo puntato sul cellulare ignorando quanto succede intorno a loro, ivi comprese le macchine che talvolta finiscono con l'investirli. Niente di tutto questo, se non forse a livello subliminale. Il cellulare diviene lo strumento a mezzo del quale il mondo ritorna, di punto in bianco, al medioevo e lo fa dando avvio a un'involuzione/evoluzione, a seconda dei punti di vista, darwiniana sulla scia del sopracitato romanzo di Matheson. Un modo come un altro per dire che ogni progresso è portatore, a suo modo, anche di un regresso. L'uomo è costretto a muoversi solo di notte, perché di notte i cellulati devono riposarsi, cioè ricaricarsi ascoltando musica classica o comunque obsoleta, l'uno sdraiato accanto all'altro sotto un cielo di stelle. Gli zombie di King, chiamiamoli così, sono creature solari, vanno in giro col sole, ribaltando l'archetipo classico che li vorrebbe notturni come i vampiri di Matheson  o gli zombi introdotti da George A Romero con La Notte dei Morti Viventi (1968). I cellulati diventano una nuova specie di umani e cambiano i loro comportamenti in funzione della variazione dell'impulso che li trasforma in tali.
Proprio come ne L'Ombra dello Scorpione il "virus" della pazzia, chiamiamolo così, muta nel corso del romanzo, si suppone per la presenza di un bug, e questo porta a creature meno aggressive, addirittura capaci di proferire parola e di vivere a contatto con i sopravvissuti, tanto da "convertirli" alla loro specie e da indirizzarli mentalmente. Poteri dunque superiori rispetto a quelli propri dell'homo sapiens cui fanno da contraltare la sciattezza tipicamente animale che rendono le nuove creature sudicie e puzzolenti, ma anche prive di sentimenti e apatiche.
"I cervelli sono dischi rigidi organici" spiega Jordan, il dodicenne che assiste il protagonista, "hanno cominciato a ricostruirsi. Solo che nel codice trasmesso c'è un difetto, un baco che modifica il segnale." King paragona la mente umana all'hard disk di un computer, dunque un qualcosa che può essere riprogrammato e rimodulato per trasformare i corpi in veri e propri automi al soldo di una volontà centrale. Chi poi manovri questa volontà, lo ribadiamo, resta del tutto sconosciuto nel romanzo. Tema affascianante e, allo stesso tempo, inquietante che però non viene sviluppato in modo adeguato. Non sono le cause che interessano a King, ma le conseguenze che si innescano. Leggiamo così quello che succede, ma non capiamo perché succeda e questo toglie sostanza al narrato e riduce il tutto a un intrattenimento fine a se stesso, ma che apre la porta a quesiti su cui, forse, è bene non rispondere.

Alla luce di quanto espresso possiamo valutare Cell un romanzo che, pur riuscendo a coinvolgere e a rivelarsi particolarmente scorrevole, tanto da costringere il lettore ad andare avanti con curiosità, pecca di originalità. Limite quest'ultimo che relega l'opera tra i romanzi secondari dell'autore del Maine, un mero esercizio di stile per vendere volumi e chiamare Hollywood a produrre un nuovo film (eventualità puntualmente verificatasi nel 2016). Un'occasione persa scaturita da un'ottima idea iniziale (il cellulare ti trasforma in uno zombie) sviluppata tuttavia in modalità copia carbone sulla scheletratura de L'Ombra dello Scorpione. Epilogo apertissimo con il protagonista che incarna l'amore che ogni genitore, degno di tal nome, prova per i propri figli, un amore che non può accettare la morte (o la disabilità) e che ricorda molto da vicino il protagonista di Pet Semetary. Ancora una volta il genitore, disperato, pur di ripristinare quanto perduto, ricorrerà a una soluzione incerta e potenzialmente più letale di quanto ancora verificatosi (vi ricordo che l'impulso, nel corso dell'opera, persiste a esserci e si modifica). Come andrà a finire resterà un mistero o forse quanto succederà è suggerito a livello subliminale a ognuno di voi.
Chiudo con una frase ripresa da Continuavano a Chiamarlo Trinità per risolvere lo stato di demenza provocato da Bambino, chi avrà letto il romanzo capirà la pertinenza di questo congedo: "Ho sentito dire che un colpo uguale a quello ricevuto può far tornare un uomo in sentimenti... Perché non ci provate?"

STEPHEN KING
prossimo a trasformarsi in una nuova
razza di origine umana
in un episodio diretto da George A. ROMERO.

"Miliardi di cervelli tutti cancellati nello stesso istante, alla stessa maniera che si può ripulire il disco rigido di uno stesso computer con una potente calamita."

martedì 17 aprile 2018

Recensione Narrativa: METTITI COMODO... VENGO A UCCIDERTI! di Giuseppe Fina.



Autore: Giuseppe Fina.
Anno: 2017.
Genere:  Horror/Prison Story.
Editore: Book Sprint Edizioni.
Pagine: 176.
Prezzo: 16.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Romanzo che mi sono trovato a leggere su segnalazione di una collega di lavoro concittadina dell'autore. Siamo infatti alle prese con un libro di un aspirante scrittore della periferia pisana Giuseppe Fina, cabarettista-DJ, debutta così nel mondo dell'editoria con un romanzo che vuole essere sperimentale, proponendosi quale "primo horror cubo dimensionale al mondo". Al di là delle trovate di marketing, la soluzione scelta da Fina è una soluzione ibrida, a metà strada tra un romanzo classico e uno che si propone di trasformare il lettore, come in una sorta di librogame, in protagonista della vicenda. Niente a che vedere dunque con un soggetto sulla scia di Hardcore (2016) di Ilya Naishuller, piuttosto un tentativo di realizzare qualcosa di diverso dal tradizionale romanzo. L'obiettivo viene centrato solo parzialmente per mezzo di un horror che va oltre l'intento di spaventare o di scioccare il lettore avendo come fine ultimo la ricerca della risposta al quesito "perché Dio ha creato l'uomo".

Per introdurre il lettore al tema centrale del romanzo, l'autore propone un canovaccio prison story che funge da c.d "cavallo di Troia" per far calare il lettore nel vero tema dell'opera ovvero le trame infauste e ambigue ordite da Lucifero per condannare alla dannazione la creatura prediletta di Dio: l'uomo. Ritroviamo i temi biblici del libero arbitrio, dell'immortalità dell'anima e persino della parabola di Adamo e Eva con la cacciata dall'Eden. Tutto prende le mosse dagli omicidi di Josef Kerry, un energumeno dalla potenza di un Lou Ferrigno della situazione, a cui fa seguito la detenzione dello stesso in un carcere di massima sicurezza. Un personaggio dedito alla violenza, ma sempre per reazione a un'offesa o a quella che lui ritiene essere una provocazione. Fina struttura questa parte buttando un occhio ai film americani, dimostrando un'abilità innegabile nel costruire i dialoghi, con una costante ironia macabra retaggio, probabilmente, dei trascorsi da cabarettista. Alcune battute omaggiano chiaramente la cinematografia Leoniana ("quando si dice di ammazzare uno, lo si ammazza e basta, non si sta lì a fare la calzetta!") altre richiamano sequenze del film Sorvegliato Speciale (1989) con Stallone che interpreta un detenuto che, manco a farlo apposta, si chiama proprio Leone. Derivano sempre dal cinema i continui apprezzamenti pederasti dedicati dai vecchi carcerati ai nuovi detenuti, così come gli atti di nonnismo e i gruppi pilotati dai boss. Da questo punto di vista non si può non notare la caratterizzazione violenta delle guardie carcerarie e del direttore del carcere, un personaggio che scarica la propria frustrazione sui detenuti. Abbiamo però detto che tutto questo, che all'apparenza sembrerebbe centrale, in realtà è marginale. La storia che Fina propone altro non è che un inganno di Lucifero, un voler propinare la violenza (e ce ne è in abbondanza) per assuefare il lettore al male, quasi a volerlo alimentare per ammetterlo oltre il portale dell'inferno e farlo sentire in colpa. "E' dalla prima pagina che vi tengo d'occhio miei cari..." ammonisce Luficero "Il mio intento era di attirare quanta più curiosità verso queste pagine...  Il vasto consenso ottenuto non lascia ombra di dubbio, non è la lettura che a voi interessa, ma il nutrimento che i ricettori sensoriali assoborbono a ogni giro di pagina, masturbandovi di sadismo e di morte a ogni scritto, finendo per saziare il vostro spregevole ego."
Mettiti Comodo... Vengo a Ucciderti! diviene così, nella fantasia dell'autore, una sorta di via di demonizzazione del lettore, un esorcismo al contrario, se vogliamo, per far precipitare chi legge all'inferno, luogo in cui è ambientata l'ultima parte del romanzo. Negli ultimi capitoli capiamo che le vicessitudini di Josef Kerry altro non erano che un pretesto per intrappolare il lettore nel sortilegio diabolico orchestrato da Satana in persona. Il lettore si trova così invischiato nel torrido inferno, tra anime dannate e fiumi di lava. Fina è molto bravo a caratterizzare le scenografie (c'è un che di Clive Barker con l'apice costituito dalle pareti infernali che assumono i tratti dei cari defunti dei dannati), ma soprattutto a far parlare Lucifero con un sarcasmo e una cattiveria mascherata da un'ironia davvero ben calibrata. L'autore offre la sua chiave di lettura circa la malvagità dell'angelo ribelle, immaginandoselo come la creatura prediletta di Dio diventata gelosa dell'uomo e per questo ribellatasi al Signore. Il romanticismo dell'autore, pur nella crudezza degli omicidi e delle flagellazioni, alla fine emerge in una visione ottimista che sembra voler offrire la via della redenzione anche laddove il male sembrerebbe imperare poiché, come ha modo di dire, si deve sempre dare una seconda occasione ivi compreso a Lucifero e a un pluriomicida apatico.

Lo stile del romanzo è ampolloso, eppur curato e ricercato nei termini. Fina cerca sempre le metafore per descrivere i comportamenti dei personaggi, tende a volte al ridondante con avverbi e aggettivi, tuttavia dimostra un innegabile talento. Laddove è debordante con le descrizioni, è invece essenziale e asciutto nei dialoghi che presentano ben pochi difetti. La trama, pur se sperimentale, rischia di esser un po' spiazzante per chi legge, tanto che il romanzo cambia, nel suo corso, ben tre generi. Inizia che sembra un poliziesco con un tenente alla caccia di un misterioso serial killer, diviene quindi una drammatica prison story per terminare in un horror ascetico con interrogativi e ricostruzioni filosofico-religiose. Alla fine il volume appare sopra le aspettative e costituisce un discreto biglietto da visita per l'autore che, di certo, potrà dirsi soddisfatto di questo suo primo libro, soprattutto per padronanza linguistica e sviluppo dei dialoghi.

Per quanto riguarda la violenza possiamo dire che è presente, ma non è così insostenibile come dichiarato essendo scevra da componenti sessuali o relative a violenze su animali o ad altre soluzioni che potrebbero arrecare disturbo alla sensibilità di un lettore medio.

L'autore GIUSEPPE FINA.

"La mano del diavolo ha realizzato per ognuno di noi esattamente ciò che le nostre debolezze non potevano combattere, lasciando emergere tutti i desideri repressi, seppelliti volutamente dai pudori e dalle nostre paure."

sabato 7 aprile 2018

Recensione Narrativa TUTTO è FATIDICO di Stephen King.



Autore: Stephen King.
Titolo Originale: Everything's Eventual.
Anno: 2002.
Genere:  Antologia Fantastico/Thriller/Horror/Noir/Fantasy.
Editore: Sperling & Kupfer.
Pagine: 536.
Prezzo: 12.50 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Quarta antologia di racconti brevi firmata da Stephen King. Arriva nel 2002 dopo A Volte Ritornano (1978), Scheletri (1985) e Incubi & Deliri (1993) con un lotto di quattordici racconti scritti nell'arco temporale compreso tra l'ultima delle tre menzionate antologie e il 2002. Si tratta quindi di un gruppo di racconti nuovi (a differenza delle altre tre opere dove saltavano fuori anche testi del primo King) che risentono un po' dell'esaurimento della fonte creativa dell'autore. Mi spiego meglio. I testi presenti in Tutto è Fatidico denotano un maggiore sviluppo stilistico e una maggiore cura nell'analisi dei personaggi operata da un King, come logico che sia, cresciuto rispetto ai suoi primi racconti, tuttavia tendono a risultare stanchi e inflazionati per quel che concerne l'idea di fondo. Altra particolarità dell'opera è che solo poco meno della metà del contenuto può ascriversi al genere horror, addirittura oltre la metà delle storie non sono neppure fantastiche, alcune di queste dalla struttura propria di un'estrapolazione da un qualcosa di maggior respiro (brevi spaccati di vita comune o episodi di un qualcosa di più ampio). King si diletta a miscelare elaborati molto diversi tra loro, dice lui avendo stabilito l'ordine dopo aver estratto a sorte da un mazzo di carte una carta di picche presente nel mazzo e associata a ogni signolo racconto con l'aggiunta del MATTO (il Joker). Ci sono addirittura dei racconti legati al filone noir o gangster story, altri fatalisti che fanno leva sull'ineluttabilità del fato, quindi un thriller ironico dalle venature erotiche, una fiaba nera, e solo un piccolo zoccolo duro di racconti del terrore sintetizzati al resto, se vogliamo, da un fantasy dall'intelaiatura western che funge da catalizzatore delle varie tematiche toccate. Insomma, non proprio un capolavoro come invece giurano, a leggere sui forum, diversi lettori del "Re" con alcuni pronti ad additare il volume come la migliore antologia nell'intera produzione di King. Questo recensore si discosta e di molto da questo giudizio, qualificando Tutto Fatidico, al 2002 (non avendo letto le due successive raccolte), quale la meno riuscita tra tutte le antologie della più famosa penna del Maine. Scendiamo dopo questa doverosa premessa nel dettaglio dell'opera.

Tre in particolare sono, a mio avviso, racconti del terrore nel vero senso della parola, tutti con elementi in comune. Siamo infatti alle prese con delle ghost stories a loro modo diverse. 1408, delle tre, è la più tradizionale. King affronta il tema inflazionatissimo della stanza d'albergo infestata dagli spiriti e per giunta collocata al fantomatico tredicesimo piano. Uno scrittore a caccia di scoop incentrati sui luoghi infestati ("esplorare i luoghi infestati dai fantasmi è il mio lavoro") scova una camera di un hotel dove si sono registrati, in sessantotto anni, tredici casi di suicidio oltre a malori e altre problematiche. Munito di audio-registratore, lo scrittore si impunta col direttore dell'albergo e pretende di esser ospitato all'interno della stanza, riuscendo nell'intento dopo aver scomodato un avvocato. La sua permanenza durerà poco più di un'ora, ma sarà devastante, in totale balia delle oscure forze che occupano la stanza.
Niente di nuovo sotto i ponti (si legga, tanto per citarne uno, Il Ragno di H.H Ewers), come si suol dire. Un racconto convenzionale che riesce a intrattenere e a trasmettere una buona dose di adrenalina pur essendo stanco nella tematica. Un tema, quello analizzato da King, sviluppato quasi per gioco in un esercizio di stile riuscito, ma non tale da trasformare il risultato finale in un qualcosa che vada oltre il semplice buon racconto. Molto più interessante, a mio avviso, la trasposizione cinematografica diretta nel 2007 dallo svedese Mikael Hafstrom con Samuel L. Jackson.

Appare invece più riuscito, per tematiche intrinseche, Riding the Bullet - Passaggio per il Nulla. Occorre premettere che si tratta di un racconto importante nell'esperienza dello scrittore del Maine. Viene infatti ricordato quale primo prodotto di un esperimento promozionale che ha fruttato all'autore un bel gruzzoletto di denaro, molto più delle aspettative originarie. È stato il primo testo di King uscito direttamente sul mercato elettronico, una prova su cui lo scrittore, reduce dal sinistro che lo aveva quasi condotto sui sentieri del non ritorno, neppure credeva, un po' come molti dei racconti qua raccolti (King parla spesso di Minestra riscaldata con un'onestà intellettuale che gli fa onore). Il nome maturato nel corso degli anni associato al basso costo e all'immediata disponibilità su internet hanno tuttavia decretato un clamoroso successo in termine di ritorno economico, meno, curiosamente, per quel che concerne il giudizio sul racconto (King si domanda in quanti, di coloro che lo hanno scaricato, lo hanno poi effettivamente letto). L'autore sottolinea come molti, all'epoca dell'uscita del testo, si avvicinassero a lui non per chiedergli aneddoti legati al racconto piuttosto per sapere curiosità legate al nuovo format distributivo.
La storia a mio avviso, pur riprendendo soluzioni di vecchio corso, non è male anche se ha il demerito di chiudere in un calando di tensione (offre il meglio di se nella parte centrale). Si tratta di un road movie che gioca sulla diversità di legame che sussiste tra una mamma e un figlio (con la prima sempre pronta a sacrificarsi) e tra questo e una mamma (col primo che ci pensa sopra due volte e poi non si sacrifica fino in fondo, accampando giustificazioni quale la più giovane età).
Colpita da un attacco al cuore, una ragazza madre di 48 anni viene ricoverata in un ospedale lontano da dove risiede il figlio studente. Quest'ultimo, avvertito dai vicini, si precipita all'ospedale per mezzo di una serie di autostop non avendo a disposizione un auto funzionante. Riceverà, strada facendo, un passaggio da un soggetto molto ambiguo che si qualificherà quale un “corriere che arriva dall'oltretomba” e che lo metterà davanti a una scelta: il ragazzo dovrà scegliere tra la propria vita e quella della madre, onde evitare che il “corriere” porti via la vita a entrambi. L'incubo assume presto le sembianze di una fantasia, ma il ragazzo, destatosi da una temporanea perdita di conoscenza, troverà tra le sue mani una spilla appartenuta al misterioso individuo, aspetto che quindi qualifica come reale l'accadimento paranormale vissuto (soluzione vecchia quanto il mondo). King è bravissimo nello stendere questa prima parte, intrisa di mistero e fascino, ma cala nella parte terminale dove si delinea il contenuto di fondo e si tramuta in un racconto giocato sul rimpianto e sulla vergogna del proprio inconscio. Un racconto dunque introspettivo, psicanalitico, dove il paranormale è mero strumento per mettere a nudo i veri sentimenti e quanto questi siano in relazione con l'attaccamento alla vita. King evidenzia come quanto ognuno di noi possa dare per scontato (come l'amore filiale) sia soggetto a evaporare al cospetto di una concreta minaccia. Da un punto di vista dell'analisi del soggetto, pertanto, è un racconto senza infamia e senza lode, ma andando ad analizzarlo nella caratterizzazione del personaggio e nella rappresentazione della vita quale montagna russa (il bullet che da titolo al racconto) dove, in fin dei conti, in molti vorrebbero salire senza poi assumere le resposabilità di tale scelta, assume un'importanza crescente tale da fare del racconto una delle migliori allegorie del lotto.

Vicino al road movie è Il Virus della Strada va a Nord, anch'esso giocato sul versante accadimento paranormale che irrompe nella quotidianità per scioccare il protagonista e minargli l'equilibrio mentale. King plasma un personaggio che è un po' un suo alter ego, uno scrittore horror a cui tutti domandano dove trovi le sue mirabolanti idee chiedendosi se forse, in fondo in fondo, non abbiano nella pazzia la loro fonte (proprio come il pittore, l'altro artista del racconto). L'originalità, del resto, è sempre stata vista quale prerogativa tipica della follia ed è questo il motivo che porta a commenti del genere resi da chi è affetto da una scarsa elasticità mentale.
Questo personaggio, interessato al macabro e al terrore, decide di acquistare l'unico quadro superstite dipinto da un giovane dedito al crack che si è suicidato, non prima di aver dato alle fiamme l'intera sua opera. Il soggetto del dipinto è un auto che corre sulla strada con a bordo un biondo ghignante con dei denti aguzzi che gli scendono sulle labbra e un tatuaggio sul braccio su cui è scritto: MORTE PIUTTOSTO CHE DISONORE. L'opera provoca orrore e ribrezzo in chi tenti di scrutarne il profondo mistero e ha una particolarità: cambia sempre di prospettiva, in un dinamismo che il protagonista scoprirà presto correlato alla realtà. Siamo dalle parti de Il Modello Pickman di Lovecraft o de Il Rondache di Leonardo di Wellman però ammodernati, con un epilogo che scema nel banale boogeyman (l'uomo nero sta venendo a ucciderti!). Sviluppo anche qua privo di originalità, ma ben tratteggiato. Una creatura mostruosa, intrappolata in un quadro che il protagonista tenta di distruggere (prima di lui lo ha fatto, probabilmente, anche il pittore che lo ha realizzato), si libera dalla fantasia, un po' come ne Il Ritratto di Gogol, e se ne va in giro a fare mattanza. E' un racconto che intrattiene e mi ha ricordato un mio vecchio elaborato, pubblicato nella mia antologia Sulle Rive del Crepuscolo, scritto nel lontano 2009/10. Belli alcuni passaggi dove, un po' come in Riding the Bullet, il protagonista si trova mentalmente a vacillare, vedendo tutte le sue certezze materiali sgretolarsi al cospetto dell'innominabile e del mistero che si cela dietro il flebile velo mosso dal vento, come lo potrebbe definire Machen, della presunta realtà. Così dice ALAN PARKER, protagonista del primo di questi due racconti: “Quella notte la mia visione del mondo cambiò e nel mio libro di filosofia non trovai niente di adeguato a quel cambiamento. Ero giunto a comprendere che ci sono delle cose sotto, e ribadisco il concetto sotto, e non c'è libro che spieghi che cosa sono. Credo che in certi casi convenga dimenticarsi che esistano.” Altro non è che il classico monito ritornante, a difesa della sanità mentale, della narrativa fantastica legata al filone ermetico.
Ne Il Virus della Strada King fa dire al suo protagonista: "Capì che quella era la verità rimasta fuori da tutte le sue invenzioni letterarie; era così che la gente reagiva sul serio quando si trovava faccia a faccia con qualcosa che non aveva senso razionale. Ti sentivi come dissanguare a morte, ma nella testa invece che nel corpo... A costruire fantasie da far pubblicare su RIVISTE erano i MITOMANI e i CACCIATORI DI GLORIA; Quelli che si trovavano coinvolti in autentici fenomeni dell'occulto tenevano la bocca chiusa e mettevano mano alla cazzuola. Perché quando nella vita apparivano crepe di quel genere, bisognava in qualche modo porvi riparo; se non lo si faceva, c'era il rischio che si allargassero e che prima o poi ci cascasse dentro il mondo intero"
Dunque un King che, sotto la superficie di due storie abbastanza banali nello sviluppo (assai meno nei contenuti, specie la prima delle due), ricalca modalità grassetto una grandissima verità che risale al tempo degli antichi sofisti: “mai interessarsi di ciò che non è a misura di uomo”. Almeno questo è un vecchio adagio a cui chi scrive queste righe, e credo la quasi totalità degli scrittori del Fantastico, non può che discostarsi.

La locandina del miglior film tratto da 
uno dei racconti di TUTTO è FATIDICO.

Un altro racconto legato alla tradizione della narrativa fantastica è Autopsia 4, che apre in modo scoppiettante l'antologia. Si tratta di un racconto derivativo che fa forza su una spiccatissima e indovinata ironia nera, tale da renderlo fresco e moderno (direi squisitamente pulp). King si muove dallo spunto della tumulazione prematura, già portato in auge da Edgar Allan Poe nel 1844 con “La Sepoltura Prematura”, e lo sviluppa buttando un occhio a un celebre episodio con Joseph Cotten protagonista della serie Alfred Hitchcock Presenta. Ne viene fuori, ancora una volta, un racconto che non propone niente di nuovo, eppure diverte e intrattiene per effetto di un'ironia macabra che ben si miscela con l'opprimente stato claustrofobico aiutato dalla scelta di narrare il tutto in prima persona. Abbiamo infatti un uomo paralizzato da un veleno, incapace di muoversi e con le funzioni vitali così al minimo da esser giudicato defunto, che sta per esser sottoposto a un'autopsia. Riuscirà a salvarsi grazie a una graziosa dottoressa capace di far resuscitare anche i morti, alla faccia di una Moore di Marilyniana memoria. “Dottoressa, ma che cosa sta cercando di fare? Resuscitarlo a pugnette?” la frase che ben starebbe a farne da lancio. Esilarante. Non tra i più geniali racconti di King, ma da annoverare tra i più divertenti di sempre nella sua produzione. Detto per inciso, avrei chiuso la storia così come da lui fatto. Tamarrissimo.

Ancora horror con Le Piccole Sorelle di Eluria, vera e propria chicca per gli appassionati della saga La Torre Nera, costituendo il prologo della stessa. Scopriamo infatti il pistolero protagonista in un accadimento giovanile che sintetizza, più o meno, gli innumerevoli contenuti della saga. Soggetto dall'apparente intelaiatura western (c'è il pistolero con cinturone e colt, la landa desertica, il cavallo caracollante, i saloon e l'ufficio dello sceriffo), anche se ambientato in un contesto fantasy (siamo in un mondo, se vogliamo, parallelo al nostro), con fortissime contaminazioni horror legate alla tradizione del genere (vampiri impotenti al cospetto di oggetti sacri e incapaci di resistere alla luce del sole). Nella fattispecie il nostro viandante si troverà ad attraversare un villaggio fantasma popolato da creature mutanti, degli zombie intelligenti di colore verde, e soprattutto da un gruppo di streghe vampire che si dilettano a succhiare sangue spacciandosi da “crocerossine”. Niente novità, ma raccontato bene e con i dovuti brividi al punto giusto. Finale romanticone ben calibrato (l'amore come antidoto fallace alla dannazione) e qualche spruzzatina di erotismo pulp fanno da corredo. Senz'altro tra le storie più riuscite del lotto, ma più per la costruzione del contorno in cui si inserisce la storia che per la storia in sé e per sè o per i messaggi introspettivi di fondo (qua un po' carenti). Inquietante e con gusto dell'azione.

La copertina del racconto RIDING THE BULLET
uscito autonomamente per intuizione
dell'Agente MOLDOW,
una degli editor di King.

Direi che le cinque storie appena indicate sono quelle che spiccano da un'antologia che, per il resto, delude. Non che gli altri racconti siano scritti male o siano pesanti da leggere, questo no. King qua è scorrevolissimo e intrattiene anche nei racconti meno riusciti. Quello che non convince, a parte le idee che per tutta l'antologia tendono a non brillare per originalità, sono i soggetti penalizzati da storie che vere e proprie storie non sono (qualificandosi come frangenti di un qualcosa di più ampio) e altre che sembrano meri esercizi di stile. 
Da un punto di vista stilistico è molto buona la gangster story La Morte di Jack Hamilton che narra il tentativo di salvataggio messo in atto da una banda di rapinatori in favore di un complice colpito a un polmone, durante un inseguimento per mano della polizia, da un colpo di pistola vagante. Racconto lontano dalle tematiche kinghiane che ha più il sapore di esercizio di stile o di spunto per un qualcosa di più ampio. Sulla stessa falsa riga l'action story La Camera della Morte, in cui un giornalista americano, in combutta con un rivoluzionario comunista, si libera dai suoi carcerieri e scappa da una camera di tortura di uno Stato amazzonico. Immaginatevi la sequenza di Rambo 2 in Vietnam con il russo che utilizza la corrente elettrica come strumento per incoraggiare le confessioni e avrete in mente il racconto in esame. Ottimo stile e perfetto utilizzo dell'azione, ma soggetto privo di novità, trito e ritrito messo al servizio di un qualcosa che latita anche sotto il profilo introspettivo.

Presenta un soggetto di fondo molto interessante Tutto è Fatidico, che da poi il titolo all'antologia, pur risultando macchinoso nel suo sviluppo narrato in prima persona. E' un racconto lungo (circa settanta pagine) penalizzato da un ritmo non troppo sostenuto e da troppe digressioni. King torna sul tema della parapsicologia (si pensi ai vari Shining, La Zona Morta, Carrie, L'incendiaria), più in particolare sui poteri mentali capaci di influenzare i comportamenti del prossimo per piegarne la volontà. Dunque il tema del potere, a cui aggiunge l'utilizzo improprio di questo potere per mano di istituzioni pronte a sfruttarlo ufficialmente per l'interesse collettivo per celare, in realtà, sporchi affari politici.
Protagonista è un giovane disadattato di diciannove anni, che viene adocchiato e ingaggiato da una compagnia paragovernativa che provvederà a "programmarlo" e a impostarlo per raggiungere biechi scopi spacciandoli per eticamente corretti e socialmente dovuti. "Non si tratta semplicemente di un lavoro, ma di una vera e propria avventura... Non si lavora solo per denaro o per fare carriera, ma si lavora soprattutto per i vantaggi collaterali, in questo consiste il potere... Vogliamo aiutarti a usare il tuo talento per il progresso del genere umano". Così spiega il rappresentante della società che avrà facile gioco sulla mente instabile e debole del giovane in questione.
Il giovane prende coscienza del proprio dono, capisce di esser dotato di una facoltà assai poco comune. E' in grado, attraverso delle lettere e dei messaggi subliminali scritti in un modo percepibile a livello inconscio solo dalla mente del destinatario ("ho scritto parole che non avevo mai sentito e ho disegnato forme che non avevo mai visto, forme che nessuno aveva mai visto"), di indurre al suicidio o di provocare la morte delle persone senza destare sospetti. Ipnotizzato e vittima di una serie di lavaggi di cervello, il giovane viene convinto di agire nell'interesse della nazione (pensa di colpire serial killer, dittatori, spie e delinquenti), ma si renderà presto conto di essere un sicaro non convenzionale al soldo di un'organizzazione che persegue scopi privati, facendo morire in circostanze apparentemente naturali personaggi politici e persino il papa. Il rimorso, ma anche la presa di coscienza di non essere in grado di fare altro nella vita ("lo avevo fatto perché mi piaceva la sensazione che provavo componendo lettere speciali, la sensazione di avere un fiume di lava che mi scorreva in testa... Lo faccio perchè sono anch'io un drogato... Lo faccio perché mi viene un'odiosa e fottuta smania... Sono solo una delle tante pedine, la lente attraverso cui guarda il vero bombardiere. Il pulsante che preme"), porteranno il ragazzo a rivoltarsi contro il datore di lavoro imboccando una via che non ammette soluzione di ritorno.
Non convince, lo ribadisco, la scelta della narrazione. Il giovane parla della sua scialba e sciatta vita comune, tra sortite al cinema e letture di riviste pornografiche, alternate a visite e a passeggiate nel parco, in solitudine e tenuto lontano da amici e famiglia (proprio come avviene in una setta). Una sorta di diario che assume, in più punti, i tratti di un delirio paranoico e schizofrenico, tra sogno e realtà. Alla fine lo stesso protagonista non sa quante delle persone effettivamente morte siano decedute per sua mano, si percepisce infatti l'idea che i test e le analisi a cui il giovane è stato sottoposto abbiano finito per minargli definitivamente la salute mentale inducendolo a ritenersi responsabile per ogni evento verificato. Si tratta, in altri termine, di un elaborato che si presta a più interpretazioni e che, alla fine, appare piuttosto nebuloso.

Sono peggiori gli altri testi. Non particolarmente illuminanti Quella Sensazione che puoi dire solo in francese e La Moneta Portafortuna incentrati, seppur con prospettiva diversa, sul tema del dejà vù. Versione pessimista il primo (King costruisce una spirale ripetitiva versione loop che crea angoscia e suggerisce un evento infausto che si sta per consumare ma alla fine non viene raccontato) e in chiave ottimistica il secondo, a suo modo assai simile (concettualmente parlando) all'inizio de La Zona Morta. Niente di eccezionale, pure qua, pur essendo scritti bene, non si può che ribadire la sensazione di esser alle prese con elaborati stanchi e sprovvisti di guizzi geniali.

Deludente, eppur premiato quale miglior racconto del 1996, con tanto di perplessità dello stesso King, L'Uomo Vestito di Nero. Fiaba nera scritta per omaggiare Nathaniel Hawthorne e più specificatamente il racconto Il Giovane Signor Brown. King ricostruisce bene la campagna del 1914, facendo tornare indietro con la memoria un vecchio ricoverato in una casa di cura. Sono infatti le scenografie e la tranquillità della natura a colpire in questo elaborato che per il resto è di una banalità cosmica, tanto da sembrare un racconto scritto da un debuttante. Il protagonista racconta di aver incontrato il diavolo (uomo dagli occhi rossi, la cui ombra riduce in cenere l'erba) e di esser stato inseguito dallo stesso quando aveva nove anni. Atmosfera e soggetto dal retrogusto Grimm, trito e ritrito, sviluppato in modo banalissimo e tirato via, senza approfondimenti di sorta. E' “un banale racconto folclorisitico scritto in uno stile alquanto piatto” il giudizio reso dallo stesso autore, ma ritenuto sbagliato dai giurati del premio letterario O. Henry che lo hanno considerato il miglior racconto del 1996 (pazzesca questa decisione, credetemi). Fiaba nera che suona come stanca e per nulla originale.

Noiosissimi e lontanissimi dal fantastico Tutto ciò che ami ti sarà portato via e La Teoria degli Animali di L.T che vedono per protagonisti dei disgraziati a loro modo schifati dalla vita. Il primo è il dramma di un uomo che è sul punto di suicidarsi in solitudine in un motel e affida al caso le sorti della sua vita. King sostituisce il tradizionale lancio della monetina con una soluzione che, in fin dei conti, poco si distanzia dal vademecum dell'"ama non m'ama". Se le luci di una fattoria in lontananza si accenderanno la decisione estrema sarà rivista e sostituita dalla prospettiva di scrivere un libro con al centro le frasi sconce dallo stesso appuntate su un taccuino dopo esser state scovate, nel corso degli anni, nei muri dei bagni pubblici. Racconto che trasmette poco o nulla al lettore, solo noia. L'altro pezzo tratta le canoniche problematiche familiari che caratterizzano il rapporto moglie e marito, usando gli animali (un cane e un gatto) come i veicoli per tracciare l'incompatibilità caratteriale dei due sposi. Si tratta di un testo che l'autore del Maine reputa molto allegro e divertente, addirittura il suo preferito in Tutto è Fatidico. Dopo aver fatto familiarizzare i lettori con i personaggi, King inserisce un posticcio e truculento finale che rende fracassone il tutto. Non ci siamo, per i miei gusti, anche se non andrò a vomitare nelle pantofole di qualcuno.

Non si discosta dal giudizio negativo il racconto da cui è tratta l'immagine della copertina: Pranzo al Gotham Cafè. Anche qua siamo alle prese con un racconto lontano dal fantastico e privo di contenuti che vadano oltre la narrazione. King mette sul piatto della bilancia una vera e propria mattanza ingiustificata in cui dimostra bravura nel gestire l'azione e nello scandire adeguato ritmo messo però servizio di un soggetto che sembra elaborato da un aspirante scrittore o comunque da un neofita amante dello slasher. Un maitre d'hotel impazzisce sul posto di lavoro e si scaglia contro dei clienti seduti in una sala ristorante attaccandoli con un coltellaccio e inveendo contro un immaginario cane non presente sul posto (chissà se King si sia ispirato ai deliri del serial killer David Berkowitz che sosteneva di esser perseguitato da un cane millenario di nome Sam). La follia omicida non sarà sufficiente a salvare il matrimonio dei due ospiti del ristorante aggrediti, ma sarà solo utile a togliere di mezzo il fastidioso avvocato della moglie moderatore dell'incontro. "Dalla ferita sgorgò un getto violento di goccioline di sangue che decorarono la tovaglia di puntini. Vidi una goccia di sangue rosso vivo cadere nell'acqua del mio bicchiere e scendere verso il fondo lasciandosi dietro un filamento rosato, come fosse una coda. Sembrava un girino sanguinante." Questo il passaggio per l'illustratore del volume... la copertina è presto fatta.



"Penso che quello che dirige la baracca, Dio o chi per lui, deve essere uno a cui piace divertirsi. Vuole sempre vedere se terrai quello che hai o se riesce a convincerti a cercare quello che c'è dietro il sipario."

domenica 1 aprile 2018

Recensione Narrativa: LA ZONA MORTA di Stephen King.




Autore: Stephen King.
Titolo Originale: The Dead Zone.
Anno: 1979.
Genere:  Drammatico/Fantastico.
Editore: Sperling & Kupfer.
Pagine: 460.
Prezzo: 10.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Quinto romanzo firmato Stephen King (settimo se si considerano anche i due "Bachman" Ossessione e La Lunga Marcia), uscito negli Stati Uniti nel 1979 e giunto in Italia due anni dopo. 
Lo scrittore del Maine lo concepisce nel momento del suo migliore sforzo creativo. Dead Zone, titolo connesso all'area non percepibile (e dunque oscura) dalle capacità extrasensoriali del protagonista, viene infatti scritto a ruota dei vari Carrie (1974), Le Notti di Salem (1975), Shining (1977) e L'Ombra dello Scorpione (1978) e contiene buona parte degli elementi tipici del primo King. In esso infatti, sulla scia di Carrie, Shining e del successivo L'Incendiaria, spicca la presenza di un personaggio dotato di poteri paranormali, un qualcuno visto dagli altri come un portatore di un dono tale da renderlo un diverso e dunque qualcuno da vedere con timore e paura tanto da consigliare di isolarlo e lasciarlo solo con se stesso. Se in Carrie e Shining questi poteri erano insiti nella natura del personaggio e se nel successivo L'Incendiaria derivano da modifiche genetiche, in questa occasione si innescano in conseguenza di un duplice trauma cranico. Presente poi quel background dal retrogusto religioso puritano (già utilizzato da King per caratterizzare personaggi fondamentali in Carrie e che poi ritornerà in Cose Preziose) in cui poi però Dio, alla stregua di quanto successo all'epilogo de L'Ombra dello Scorpione, sceglie personaggi comuni per compiere i suoi misteriosi disegni, in luogo delle autorità che dovrebbero invece esservi preposte. Ne deriva un romanzo in cui la mano di King si respira a trecentosessanta gradi, dalla curatissima caratterizzazione dei personaggi ai temi trattati. Proprio su quest'ultimo versante possiamo dire che La Zona Morta è un finto romanzo fantastico. King utilizza la componente paronarmale della vicenda non per suscitare il sense of wonder dei lettori, ma per parlare di altro. Di carne al fuoco ce ne è davvero molta. Prima di tutto Dead Zone è una delle opere più malinconiche dell'autore, una vera e propria porta sul passato, sui rimpianti e sull'amore perduto o meglio ancora sulla vita che sarebbe potuta essere e invece non è stata. Verrebbe da associare questa componente alle musiche di Max Pezzali e al tema Gli Anni. "Non lo so che faccio qui... E vedo i fari dell'auto che mi guardano e sembrano chiedermi chi cerchiamo noi... Una coppia che conosco ci avrà la mia età, così io vedo le fedi alle dita dei due che porco Giuda potrei esser io qualche anno fa." Gli anni d'oro del grande King...

Una storia che si compie in un arco temporale di nove anni (1970-79) e che prende avvio in un luna park con due ventiquattrenni, entrambi professori, che si son da poco fidanzati ma che già son consci di aver trovato la persona giusta su cui scommettere per il loro futuro. Un inizio struggente che fa ritornare indietro alla propria infanzia buona parte dei lettori, specie chi ha un rimpianto, in fatto di cuori infranti, custodito nello scrigno del passato. E' una storia da sliding doors intrisa di pessimismo e fatalità quella che vive il protagonista Johnny Smith. Tutto troppo bello per essere vero. Una ragazza perfetta da amare e con cui costruire una famiglia, una serata dedita al divertimento che culmina con una vincita alla roulette del luna park senza precedenti. "Godo a vedere quel tizio prendersi una battuta" il commento di alcuni ragazzini giunti ad assistere alla disfatta del banco. Una fortuna che pretende il suo corrispettivo e lo fa su un altro fronte. "Fortuna al gioco, sfortuna in amore" sembra suggerire la parabola di Johnny Smith. Sulla via di ritorno e dopo aver accompagnato a casa la fidanzata, il ragazzo rimane vittima di un grave incidente stradale che lo costringerà a un duraturo coma di quattro anni e mezzo. La prospettiva di farsi una famiglia finisce qui. La sua amata per un po' lo aspetta, poi si sposa con un altro uomo e concepirà due figli. "Show must go on" cantava Freddy Mercury e lo faceva soprattutto per spronare i componenti del gruppo ad andare avanti dopo la sua dipartita. La donna tuttavia non lo dimenticherà, ma per Smith ci sarà solo una vita da lupo solitario destinata a collassare in una tristezza senza confini che farà di lui un martire. Alla sfortuna però corrisponde sempre un vantaggio, il famoso bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto ovvero, se preferite, l'altra faccia della medaglia. Al risveglio, Smith si scopre detentore di una facoltà paranormale. Riesce difatti a conoscere il futuro, il passato e i pensieri delle persone semplicemente prendendo loro la mano o toccando oggetti agli stessi appartenuti. Una dote che lo porterà a sventare incidenti e a risolvere casi di omicidi, il tutto sempre nell'incredulità di chi si troverà poi costretto a ricredersi ("Sto pagando per aver rifiutato di credere a ciò che non potevo toccare con uno dei miei cinque sensi"). Un dono che Smith, a causa dell'ottusità delle persone, vedrà tramutarsi in una vera e propria maledizione. Il ragazzo verrà visto come un fenomeno da baraccone, dapprima additato come impostore, quindi visto con timore e paura.

King porta avanti la storia in modo atipico rispetto a un tradizionale romanzo. Non c'è una struttura circolare (anche se diversi personaggi secondari vengon presentati fin da subito), piuttosto viene sviluppata la vita di Johnny Smith, dall'incidente fino alla morte, parlando delle persone che lo circondano e dei vari casi in cui si trova coinvolto e che vengono snocciolati nel corso del testo. King è abilissimo nel tracciare le caratterizzazione dei vari personaggi, riesce a renderli vivi (cosa che non accadrà nella piuttosto fedele trasposizione cinematografica di David Cronenberg). Accenna alla religione vista come un qualcosa cui attaccarsi, come una speranza di una giustificazione per gli accadimenti della vita comune ("Non credo veramente in Dio, ma piuttosto in un'Entità che pianifica per noi e ci da piccole missioni da compiere"). Allo stesso tempo, l'autore evidenzia i pericoli propri di un attaccamento morboso ed eccessivo alla componente trascendente, col rischio di perdere il contatto dalla realtà e cadere in mano a sette pseudoreligiose e truffatori di ogni sorta o di farsi sviare da sballate convinzioni ("Dio è la migliore medicina... Chiedi a Dio e guarirai, non ai dottori i quali usurpano il potere di Dio"). King fa tutto questo plasmando alcuni personaggi femminili che risentono degli echi propri della madre di Carrie. 
C'è poi la trattazione del diverso e delle difficoltà cui questo va incontro per integrarsi nella società. Johnny Smith viene licenziato dal lavoro, sulla base di scuse che lasciano il tempo che trovano, semplicemente perché viene visto con sospetto dopo esser finito sulla carta stampata bollato quale "profeta" e "veggente". Le sue visioni vengono giudicate come un qualcosa di demoniaco, in quanto non spiegabili dalla comune scienza, addirittura c'è chi pensa che sia lui stesso a scatenare i pericoli (King si regala anche un'autocitazine facendo dire a una ragazza: "L'ha fatto succedere lui! Gli ha dato fuoco con la mente, come in quel libro Carrie. Assassino! Mostro!"). La derisione arriva anche da una rivista dedita al paranormale (la Inside View con Richard Dees che poi tornerà protagonista nel racconto Il Volatore Notturno, inserito nell'antologia Incubi & Deliri), perché rifiuta di collaborare con essa quando scopre che il fine ultimo degli editori è fare soldi sfruttando la credulità dei lettori e non di informarli con correttezza, serietà e spirito di indagine. Un atteggiamento, questo di Johnny Smith, che ne fa un idealista che persegue la giustizia e che vuol vivere come una persona normale, piuttosto che da opportunista o accalappia ingenui.


"Toccare i vestiti della gente e conoscere di colpo
i suoi piccoli sogni, i suoi piccoli segreti e i suoi meschini trionfi:
quella era una cosa anormale. Non era una dote, era una maledizione."


MONTAGNE RUSSE
in una sequenza iniziale della trasposizione
diretta da DAVID CRONEBERG.

Oltre a questi aspetti, infine, c'è una critica ai pericoli insiti nei populismi e nei malumori popolari cavalcati dai politici che sotto la veste di pecorelle sono delle vere e proprie "tigri che ridono", dei perfetti Dr. Jekyll & Mr. Hyde come la maschera che a inizio romanzo calza Smith per spaventare la giovane fidanzata. Spettacolare ed esilarante la caratterizzazione del politico di turno, un '33 "uomo dai molti mestieri", dotato di un profilo ai limiti del comico, molto eccentrico e votato allo spettacolo, che appare assai contemporaneo in questi tempi in America ma anche qua in Italia, a prescindere poi dagli eventuali risvolti negativi che ne potrebbero (o meno) conseguire. 
"Stillson è un buontempone che cerca di ficcare una chiave inglese tra gli ingranaggi della democrazia... E' un buffone, d'accordo! Ma forse la gente ha bisogno ogni tanto di una parentesi comica. A volte finisce che i matti fanno un ottimo lavoro. Dentro quelle teste matte cì un cervello maledettamente fino." Vediamo arrivare questo personaggio a dei convegni stando in piedi sopra a dei camion, attorniato da guardie private reclutate da bande di motociclisti redenti. L'uomo ha fondato un terzo partito che si contrappone alle due tradizionali correnti contrapposte. E' il vento nuovo che avanza e ha un linguaggio che riesce a far presa tra le persone comuni. Si presenta con in testa un elmetto da lavoratore, dice quello che gente vuol sentirsi dire e termina i suoi comizi lanciando salsiciotti caldi sugli astanti. 
Un King pertanto avanti con i tempi tanto che, prima delle elezioni alle ultime presidenziali statunitensi, ha dichiarato di vedere nella figura del politico Greg Stillson proprio il milionario dal ciuffo ossigenato che avrebbe poi vinto a sorpresa la corsa alla casa bianca. "Non c'è niente che mi spaventi di più di un Donald Trump presidente degli Stati Uniti" così disse il profetico King, pare (a differenza del suo personaggio) senza aver dato la mano all'erede di Obama, saluto concesso invece al primo "uomo nero" nella storia della presidenza della più grande democrazia del mondo. 
Così King delinea il programma del politico venuto dal nulla che muoverà le fila dell'ultima parte de La Zona Morta"La nostra piattaforma si regge su cinque travi. Prima trave: buttare fuori i cialtroni. Seconda trave: butteremo fuori dal governo chiunque passa il suo tempo a letto con qualche pollastra che non sia sua moglie (qualcuno in Italia sarebbe spacciato). Terza trave: manderemo nello spazio tutto l'inquinamento. Quarta trave: Avremo la benzina e il petrolio che ci occorrono! Metteremo termine ai giochetti di quegli arabi e useremo le manieri forti! Ultima trave: salsicciotti caldi per tutti!"

L'epilogo del romanzo è tragico. Smith stringerà le mani di Stillson e scoprirà un futuro apocalittico che lo porterà a contravvenire a uno dei suoi principi base. La violenza si dice che non è mai la giusta via per risolvere i problemi, ma attenzione al finale. Il protagonista, ancora una volta per intercessione divina come piace a King, non si macchierà di alcun misfatto ma otterrà il risultato voluto trasformandosi in un martire. Da evidenziare tuttavia, cosa anche questa che persiste nell'occupare le pagine dei quotidiani, il modo in cui Smith si procura la carabina, recandosi in un'armeria e firmando dei moduli con una semplicità allarmante. "Supponiamo che lei potesse salire su una macchina del tempo e ritornare al '32. E supponiamo che incontrasse Hitler (Hitler salirà al potere nel '33, ndr). Lo ucciderebbe o lo lascerebbe vivere?" Questa la domanda che caratterizzerà la parte finale del romanzo. Una conclusione intrisa di una tristezza che non ammette redenzioni, non almeno in questa vita, risultando priva di ristoro. Quello che è passato è passato, non si può più tornare indietro ("Solo lei davanti a me, cosa vuoi? Il tempo passa per tutti, lo sai, nessuno indietro lo riporterà, neppure noi" cantava Pezzali), possiamo solo cambiare il futuro e farlo sempre sperando nella condiscendenza della volontà divina. 

Dal mio punto di vista si tratta di uno dei migliori romanzi confezionati dalla penna del Maine. Lettura molto scorrevole, pur se con alcune pause morte e qualche caratterizzazione di troppo ai fini della trama finale. Soluzione questa che rende Dead Zone un "finto" romanzo fantastico che utilizza la parapsicologia non per meravigliare il lettore, né per terrorizzarlo, bensì per scandagliare problematiche che, sotto il filtro e la visione di un "diverso" ("Se davvero vedi queste cose, ti compiango. Sei un fenomeno, non diverso da un vitello a due teste che ho visto una volta alla fiera"), vanno dalla religione alla politica usando la chiave del destino e come questo influisca sulle vicende di tutti i giorni proprio come una biglia impazzita che ruota all'interno della roulette della vita. Una lettura molto malinconica che tocca le corde emotive.

STEPHEN KING
ai tempi dell'uscita de LA ZONA MORTA

"Tutti credono che io stia scherzando, ma io non scherzo. Ti sto offrendo Washington. Il cielo è il limite.
Stillson era un buffone. Proprio questa sua prerogativa, assieme al programma di neutralizzare la delinquenza giovanile, l'aveva fatto eleggere sindaco. Ma la gente non elegge buffoni per Washington. Bè, quasi mai..."